Di seguito, non disponendo dell'originale, pubblico nella mia traduzione da una fonte anglofona scoperta in rete, il testo che segue: un Secondo saggio tratto dal libro Giorgio Agamben, I mezzi senza fine: Note sulla politica, edito da Bollati Boringhieri, 1996.

Lo pubblico senza indugio per quanto ci consente di decifrare. Se è questo il senso ormai nemmeno più recondito della realtà distopica in cui siamo immersi, lo trovo terrificante. In fondo non è altro che l'immagine icastica degli Stati-nazione d'Europa trasformati in un enorme campo profughi, dove non più cittadini ma 'umani' senza volto e senza storia sono in una diaspora assurda e forse già non più governabile. Ne stiamo prendendo atto troppo tardi (almeno io), e se non altro qualche polverone sollevato per tempo e recepito per l'azione nelle sedi adeguate avrebbe potuto forse cambiare le carte in tavola. Mancanza di cultura o connivenza delle opposizioni che anche oggi blaterano con proclami inani, neppure più specchietti per le allodole? Dalla lettura di quanto riporto di seguito, se non ho le traveggole, mi si è svelato il senso di quanto sta accadendo da troppo tempo e che ben spiega il perché ciò che per noi è inaccettabile sia rimasto inascoltato dalla politica degli ultimi decenni di egemonia sinistrorsa. La mia conclusione trasecolata (per il fatto di conoscere solo ora questi filoni di pensiero che da tempo stanno forgiando la realtà e che avrebbero dovuto esser ben noti ai nostri politici di opposizione, per mettere in campo interventi adeguati piuttosto che proclami utili solo ad una propaganda illusoria) è che, in soldoni, stanno facendo di noi quello che erano gli ebrei della diaspora: un popolo, a differenza loro nemmeno più popolo, in esilio.
Di fatto non è altro che quanto successo agli ebrei quando con la diaspora si sono trovati fuori da quella che era la loro situazione-strutturale: l'Alleanza. per loro etnica (basata sul trinomio Dio-Popolo-Terra), non teologale, come invece per noi cristiani è l'appartenenza a Cristo. Anche noi cristiani, ci consideriamo in esilio in quanto nel mondo ma non del mondo; ma questo sul piano spirituale mentre, in virtù dell'incarnazione, siamo anche cittadini (non profughi) e abbiamo il senso dell'appartenenza a radici culturali e identitarie concrete che tra l'altro abbiamo contribuito a forgiare nei secoli.
Potrà esserci di grande aiuto Paolo Pasqualucci sul sano concetto di Stato da ripristinare, se non siamo già troppo oltre... Ci sono troppi indizi sui quali chiudono la bocca a chi li denuncia, affibbiando etichette di ogni genere per delegittimare il dissenso che ora ha una chiave di lettura meno generica e basata sui loro paradigmi. Il problema è che finora continuavamo a contestare con le nostre categorie e paradigmi, che negli attuali centri del potere sono saltati da tempo!
Così come nella Chiesa la pastorale fluida non più definitoria ci relega fuori dall'ermeneutica storicista, in politica restiamo inascoltati perché i nostri principi sono basati su un'ordine costituito e non prevedono l'arbitrio - mi si consenta l'ossimoro - delle nuove norme anomiche anticostituzionali del mondialismo tecnocratico in fieri. E quando non esiste dialogo e confronto non resta che porre in essere un realtà altra. Il come e con chi non è nelle mie possibilità e lo affido a Colui che è il vero Signore della storia.
Precedenti articoli e relativi commenti dello stesso Autore, dei quali e sul quale farò a breve una sintesi, sono disseminati in due indici:
qui -
qui. (Maria Guarini)
Mezzi senza fine. Note sulla politica
Giorgio Agamben, Bollati Boringhieri, 1996
L'eclissi della politica è cominciata da quando essa ha omesso di confrontarsi con le trasformazioni che ne hanno svuotato categorie e concetti. Accade così che paradigmi genuinamente politici vadano ora cercati in esperienze e fenomeni che di solito non sono considerati politici: la vita naturale degli uomini restituita al centro della polis; il campo di concentramento; il rifugiato; il linguaggio come luogo politico per eccellenza, oggetto di una contesa e di una manipolazione senza precedenti; la sfera dei mezzi puri o dei gesti, ossia dei mezzi che, pur restando tali, si emancipano dalla loro relazione a un fine. Il libro cerca di ripensare le categorie della politica in una nuova realtà. (vedi anche
qui)
Secondo saggio tratto dal libro Giorgio Agamben, I mezzi senza fine: Note sulla politica edito da Bollati Boringhieri, 1996
1. Nel 1943 Hannah Arendt, in una piccola rivista ebraica in lingua inglese, “The Menorah Journal”, ha pubblicato un articolo intitolato We Refugees. Al termine di questo breve, ma significativo scritto, dopo aver abbozzato polemicamente il ritratto del signor Cohn, l'ebreo assimilato che, dopo essere stato 150% tedesco, 150% viennese, 150% francese, deve amaramente rendersi conto alla fine che il passato non può mai tornare1, ri-concettualizza la condizione di rifugiato e di senzatetto che stava vivendo, per proporla come paradigma di una nuova coscienza storica. Il rifugiato che ha perso ogni diritto e cessa di volersi assimilare a tutti i costi a una nuova identità nazionale, di contemplare con chiarezza la sua condizione, riceve, in cambio di una certa impopolarità, un vantaggio inestimabile: «La storia non è più, per lui, un libro chiuso e la politica cessa di essere privilegio dei Gentili.
Vale la pena riesaminare il senso di questa analisi, che oggi, esattamente cinquant'anni dopo, non ha perso nulla della sua attualità.