lunedì 14 settembre 2020

Preoccupazioni sulla sorte del Rito Romano antico

Combinazione di cui mi accorgo ora: 14 settembre 2007 / 2020. Nel giorno dell'Esaltazione della Santa Croce di tredici anni fa, in Santa Maria Maggiore, alle ore 15, dopo una cattività di 39 anni, è stata celebrato il Rito Romano antico [vedi]. Io c'ero: la terza tra gli intervistati. Era il giorno in cui è entrato in vigore il Motu proprio Summorum Pontificum. (Da precisare che non erano le 8 del mattino come riporta la didascalia di Repubblica, ma le prime ore del pomeriggio). 

In questo articolo esprimo le preoccupazioni sulla sorte del Rito Romano Antico e alcune articolate osservazioni sui prodromi, dopo aver estrapolato da Stilum Curiae [qui] la notizia che l'Ecclesia Dei”, la commissione creata da Giovanni Paolo II nel 1988 e dedicata alla difesa del Vetus Ordo – avvalorata dal Summorum Pontificum di Benedetto XVI – dovrebbe scomparire definitivamente a ottobre, dopo una Plenaria in cui i cardinali ne sanciranno la definitiva soppressione, anche nell'attuale forma ridotta di ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede (vedi infra). Secondo voci autorevoli – in attesa di conferma – nei Sacri Palazzi, la sua scomparsa avrà conseguenze pesanti per quegli Istituti di vita religiosa che hanno inserito il Vetus Ordo, la Messa di sempre, nella loro vita e pratica. Infatti questi ultimi dovrebbero confluire nella Congregazione per i religiosi, nominalmente diretta dal card. Braz De Aviz, ma in realtà gestita dal Segretario, il francescano Carballo.

Premessa. Il sentiero che porta alla vetta è in salita

Mentre è ancora sanguinante la ferita inflitta al corpo mistico di Cristo dall'abolizione dei Francescani dell'Immacolata [vedi], preoccupano non poco i rischi derivanti dal fatto che gli istituti di cui sopra, attualmente di diritto pontificio, diventeranno di diritto diocesano, e quindi totalmente soggetti alle preferenze – notoriamente per lo più moderniste – del vescovo. Con l’unica risorsa di rivolgersi alla Segnatura Apostolica, guidata dal cardinale Dominique Mamberti, già in diverse occasioni assoggettatasi alle prevaricazioni della Corte pontificia.

Il che non farebbe che confermare i timori già insorti in ordine allo smantellamento del Summorum Pontificum, sul libero esercizio – previe alcune condizioni – del Rito antico, senza opposizione dei vescovi, peraltro di fatto già malauguratamente esercitata nella maggioranza delle diocesi, col conseguente ritorno alla precedente formula dell’indulto. E questo nonostante appaia che due terzi delle risposte dei vescovi al recente questionario [vedi] sulla messa di rito antico nella propria diocesi siano state positive e favorevoli agli Istituti che lo avevano scelto. In ogni caso la crisi della Liturgia non è altro che lo specchio di quella dottrinale e conseguentemente morale del momento presente.

Potete trovare in calce il testo del motu proprio con cui era partito l'attacco a Ecclesia Dei, già pubblicato nel gennaio del 2019 [qui] con una premessa.

1. Ennesimo serio 'vulnus' a La Catholica e alla Liturgia 

Il Cardinal Bassetti ha consegnato a papa Francesco la prima copia della nuovissima edizione italiana del Messale di Paolo VI. Il testo, acquistabile alla modica cifra di 110 euro, dovrà essere usato obbligatoriamente dal 4 aprile 2021, Pasqua di Resurrezione; ma sacerdoti che se ne munissero prima, potranno usarlo già da subito.
Si tratta della terza edizione, frutto di quasi vent’anni di lavoro, ricca di novità peraltro già largamente annunziate, per le quali resta valido il giudizio dei Cardinali Ottaviani e Bacci [qui] sulla prima: Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ». Non possiamo far a meno di riscontrare l'impressionante deriva dall’espressione della fede cattolica sul Santo Sacrificio, sia nell’impianto teologico che in alcuni specifici dettagli vecchi e recenti. Il che vale, naturalmente, sia per l'editio typica latina che per la traduzione italiana. 
Di seguito, alcuni dati storici e osservazioni essenziali con i link di rimando ai relativi approfondimenti.


1.1
- I Messali

Il 7 marzo 1965 Paolo VI celebrava la prima messa NO. Il Messale del 1965 è soltanto la prima tappa delle successive riforme che sono andate oltre le prescrizioni conciliari.
Il 3 aprile 1969, veniva promulgato un nuovo messale, in vigore dal successivo 30 novembre, I domenica di Avvento (Costituzione apostolica Missale Romanum, 1969).
Nel 1975 uscì una seconda editio typica che eliminava dalle rubriche le menzioni del ruolo del suddiacono, ordine soppresso nel 1972 con la lettera apostolica Ministeria quaedam.(1) La traduzione italiana, pubblicata nel 1983, è quella rimasta finora in vigore.
Alle prime due edizioni tipiche: Missale Romanum ex decreto sacrosancti oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum; se n'è aggiunta una terza, Ioannis Pauli PP. II cura recognitum,  curata da Giovanni Paolo II allo scopo di inserire nelle rubriche le norme del codice di diritto canonico del 1983 che riguardano la celebrazione eucaristica.
Nel 2008, durante il pontificato di Ratzinger uscì una versione corretta della terza edizione. 
Questa del 2020 è una ulteriore versione corretta della terza edizione che pone ulteriori variazioni.

1.2 - Dalla editio typica del 2002 alle traduzioni. Conseguenze dell'abbandono del Latino

Innanzitutto sottolineo che le revisioni e cambiamenti dei nuovi messali non risentono soltanto dell'adeguamento linguistico, ma del nuovo impianto teologico ed ecclesiologico conciliare calibrato sull'antropocentrismo [qui - qui].

Sotto l'aspetto linguistico, la nuova editio typica richiedeva la specifica versione nelle innumerevoli lingue volgari. Da notare che l'adozione della lingua volgare richiede una costante revisione dei testi, perché una lingua viva è in continua evoluzione.  [qui e indice articoli ].

Non dimentichiamo che lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. E proprio grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente. Dunque l'abbandono del latino non può mancare di avere anche riflessi di ordine culturale e aver contribuito allo sfaldamento attuale dell'Occidente, a partire da quello europeo, culla della sua civiltà.

Quanto alla liturgia, se è vero che nel Rito la comunicazione di Dio all’uomo nella Scrittura, per essere meglio compresa - nello specifico riguardo alle Letture - può avvenire anche in vernacolare come era previsto per il Messale tra il 1965 e il 1967/69, la comunicazione della Chiesa col Signore si esprime adeguatamente e soprattutto degnamente ‘una voce dicentes’. Principio, questo, conservato nei riti orientali che usano l’aramaico, il greco antico e lo slavo ecclesiastico.

Il volgare non è una conquista. La lingua sacra, strutturata, in ogni espressione gesto e significato conserva il dogma, la fede degli Apostoli arrivata fino a noi attraverso i secoli, conserva il senso dell'indicibile e anche dell'intraducibile: ci sono parole che hanno uno spessore di significato che qualunque traduzione tradirebbe e successive traduzioni rese necessarie dall’evolversi del linguaggio non farebbero che allontanare sempre di più dal loro senso originario. In più la lingua universale fa sentire tutti a casa ed ha la stabilità, la pregnanza che la traduzione appunto banalizza. Il volgare bastava introdurlo solo nelle Letture, come già si fa nelle celebrazioni Summorum Pontificum e come nella prima Riforma liturgica, quella del 1965, più vicina alla Sacrosanctum Concilium perché non ne aveva ancora attuato i famosi ma anche, che da una proposizione commestibile, fanno partire una pletora di eccezioni che, in definitiva, diluiscono l'affermazione iniziale e portano altrove.
"Oltrepassamenti franchi sono pure quelli in cui, tenendo in non cale la lettera del Concilio, si sviluppano le riforme in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio. L'esempio più cospicuo rimane quello della universale eliminazione della lingua latina dai riti latini, la quale secondo l'articolo 36 della Costituzione sulla liturgia si doveva conservare nel rito romano e che viceversa fu di fatto proscritta, celebrandosi dappertutto la Messa nelle lingue volgari, sia nella parte didattica sia nella parte sacrificale." (citazione da "Iota unum" di Romano Amerio)

Nella Veterum Sapientia Giovanni XXIII (1962) non manca di rammentare che il latino resta un lingua immutabile - e dunque fissata in registri ben definiti e sottratti alle evoluzioni nel tempo delle lingue nazionali - citando Pio XI, Lettera Apostolica Officiorum omnium : «Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli... richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare». Indispensabile per esprimere i concetti con chiarezza e solidità di pensiero. Ecco perché resta perennemente valido per comunicare il pensiero con certezza, forza, precisione, e ricchezza di sfumature. Per questo è tuttora insostituibile nell'esercizio del magistero, soprattutto nelle definizioni dogmatiche, per le quali non si ammettono ambiguità ed inoltre nelle parti principali della liturgia, nelle quali le res humanae, transeunti, sono immerse nel mistero ma anche nella fecondità delle res divinae, eterne ed immutabili.
Lo stesso Benedetto XVI, col motu proprio Latina Lingua (2012), volle sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso del latino. Un altro tentativo senza esiti di concretezza.

2. La nuova editio typica frutto dello smantellamento di Liturgiam Authenticam

L'ultima editio typica non è altro che il frutto del motu proprio Magnum principium (9.9.2017) che affronta due questioni considerate gemelle: l'inculturazione e il decentramento in materia liturgica con la modifica del can. 838 del Codice di diritto canonico, riguardante le competenze della Santa Sede, delle Conferenze episcopali e dei Vescovi diocesani nell’ordinamento della liturgia. 

Si tratta di un colpo di spugna all’istruzione Liturgiam authenticam (7.5.2001), già temuto e preconizzato [qui], “sull’uso delle lingue volgari nella pubblicazione dei libri della liturgia romana”. Di fatto siamo al 'rompete le righe' anche col decentramento alle Conferenze episcopali [questione di fondo qui] della preparazione dei libri liturgici, che mina l'unità e l'universalità de La Catholica

Da rilevare che il card. Sarah con un tempestivo documento [qui] attenuava la svolta rivoluzionaria della Lettera Apostolica, alla cui stesura peraltro egli era stato tenuto estraneo, proponendo una interpretazione del motu proprio nel senso di limitare l'autonomia delle Conferenze episcopali nella traduzione dei testi liturgici. Ma non è tardata una clamorosa Correctio papale [ne ho parlato qui] alle affermazioni del cardinale, della quale richiede attenzione il seguente passaggio : «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato».
Tale affermazione unita all’altra secondo cui una traduzione liturgica “fedele” «implica una triplice fedeltà» – al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari – lascia intendere che Magnum Principium è considerato come l’inizio di un processo che può portare molto lontano in direzione di una vera e propria devolution liturgica.
I ‘processi’, innescati come mine vaganti e a ritmi incalzanti da una Santa Sede irriconoscibile, sono più d’uno e la frammentazione nella Chiesa acquista velocità sia sulla dottrina che sulla morale e ora sulla liturgia, fons et culmen di tutto. E stanno portando la Chiesa verso un altrove che ne ribalta l'identità e la funzione.

Il card. Sarah, tra gli esempi a riprova delle esigenze di maggiore fedeltà ai testi originari, citava quello del termine consustantialem nelle traduzioni in lingua francese del Credo. Ma per quanto riguarda l’italiano, la nuova traduzione del Messale, oltre alle pecche già presenti, risente della triplice in-fedeltà  del Magnum principium sopra evidenziata. E allora troveremo:
  1. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello (anziché “del Signore”), che peraltro traduce alla lettera il latino che riprende il testo dell’Apocalisse senza peraltro riprendere il riferimento apocalittico con le nozze dell'Agnello; ma resta invariata la formula, riferita alla risposta del centurione: “Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa”, al posto di quella alla lettera “che tu entri sotto il mio tetto” che non ha lo stesso significato (attuale enfasi sul banchetto, all'aspetto agapico della celebrazione e alla mensa rispetto all'Altare del Sacrificio). Si esalta l'aspetto conviviale rispetto a quello sacrificale. Inoltre distribuire la Santa Eucaristia in piedi e in mano è chiaramente un partecipare alla Cena del Signore; ma la Messa, istituita durante l'ultima cena, rappresenta il Sacrificio della croce, insieme all'istituzione dell'eucaristia.
  2. Altrettanto invariate restano l'impropria traduzione del pro multis  come “per tutti, oggetto di una lunga  Lettera di Benedetto XVI ai vescovi tedeschi (vedi anche Mons. Hauke qui e un sacerdote qui)
  3. e quella di Deus Sabaoth come “Dio dell’universo” invece che “degli eserciti”, nel Sanctus. Del resto della Chiesa militante nonché del fedele come miles Christi e della sua buona battaglia spirituale non si parla più; come non si parla più della Chiesa purgante e di quella trionfante.
  4. Cambia, nel Gloria, anche l’espressione «e pace in terra agli uomini di buona volontà». In questo caso però, non è stata accolta la traduzione della Bibbia CEI del 2008 («e pace in terra agli uomini che egli ama »), perché 'scomoda' in rapporto alle melodie del canto; e dunque la nuova versione è « Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini, amati dal Signore». In entrambi i casi è evidente l'allontanamento dal testo liturgico latino. In questo caso persino la presenza della virgola fa coinvolgere tutti gli uomini nella salvezza universale di conio modernista, a prescindere dall'uniformare la propria volontà a quella del Signore.
  5. Altra novità, in chiave femminista, nella formula penitenziale del Confiteor, è la doppia introduzione del termine «sorelle» insieme a «fratelli». Come se fino ad oggi i fedeli ignorassero che nel termine «homo» e in tutte le corrispondenti declinazioni linguistiche siano comprese anche le donne appartenenti alla stessa comunità orante...
    A proposito del Confiteor, (2) c'è da notare la precedente variazione: confesso "A voi fratelli" anziché tibi pater (al sacerdote. E nel Rito antico è lui, nel suo Confiteor, a pronunciare il vobis fratres). Variazione evidentemente attribuibile alla nuova enfasi antropocentrica sull'Assemblea e alla dimensione comunitaria che tende ad escludere quella di ogni fedele che, invece, non può essere sottovalutata nel rapporto col Signore, che è diretto, personale, prima che comunitario (la comunità è fatta di persone e consegue al loro essere unite in Cristo, non è un io-collettivo). A questo proposito, un approfondimento potete trovarlo qui.
  6. Nella Consacrazione la formula subisce la variazione (non bastava lo spostamento del 'misterium fidei'! vedi punto 9): «Consegnandosi volontariamente alla passione» invece di "Offrendosi liberamente alla Sua Passione". La "consegna volontaria" non può sostituire l'Offerta di Cristo (vittima offerta per espiare i nostri peccati). Travisa il motivo del Sacrificio di Cristo, non più vittima sacrificata per noi ma un eroe che dà la sua vita, e riduce la sua Azione teandrica a un bel gesto simbolico cui ispirarsi. Così si allontana ulteriormente dalla mente dei fedeli la realtà del Santo Sacrificio, presupposto dall' "offrendosi". La transustanziazione rischia di diventare transignificazione, alla maniera protestante. Siamo in pieno abominio della desolazione.
  7. L'attenzione dei più si è focalizzata sul Pater noster in ordine alla nuova traduzione della penultima petizione: per insistente richiesta del Papa, e concordemente alla nuova versione dei Vangeli, «non ci indurre in tentazione» è stato sostituito con «non abbandonarci alla tentazione».
    Il senso della petizione, tuttavia, non mai stato inteso come se Dio tentasse l’uomo al male. Tant'è che secondo il catechismo tridentino: «Diciamo di essere indotti in tentazione, quando cediamo alla medesima. Ora noi possiamo esservi indotti cosi in due modi: primo, quando, rimossi dal nostro stato, precipitiamo nel male, verso il quale qualcuno ci ha spinto col tentarci. Ma nessuno è in questo modo indotto in tentazione da Dio, perché per nessuno Dio è causa di peccato, odiando egli tutti quelli che commettono iniquità (Sal. 5,7). E quanto dice San Giacomo: Nessuno, tentato che sia, dica di essere tentato da Dio; poiché Dio non è tentatore al male (I,13); secondo, possiamo essere tentati, nel senso che uno, sebbene non tenti egli stesso né si adoperi a farci tentare, tuttavia lo permette, mentre potrebbe impedire sia la tentazione che il prevalere di essa. Ebbene, Dio lascia che cosi siano tentati i buoni e i pii, senza privarli però della sua grazia».
    Ma Bergoglio è arrivato ad affermare che “Non ci indurre in tentazione” «non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”, sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito […] Quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana».
    La parola greca tradotta con ne inducas (μὴ εἰσενέγκῃς) è una voce del verbo εἰσφέρω [eisféro] =  entrare dentro, introdurre. Cosa significa questo?
    La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg). Altrettanto affermano i Padri:
    La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione. Nessuno può arrivare a conoscere se stesso finché non è tentato, né essere coronato senza aver vinto. Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni” (S. Agostino, In Psalm. LX).
    Non si danno opere di virtù senza le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari, né vittoria senza combattimento. Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta” (Leone Magno, Serm. I, de Quadrag.).
    “... la tentazione è per noi molto necessaria, per poter conoscere chi siamo veramente...” (Santo Curato d'Ars).
    Come afferma don Morselli: “Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione; e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo” (Cf. Gv 15).
  8. Nella seconda preghiera eucaristica (ne ho già parlato qui), troviamo la sostituzione delle parole che precedono la Consacrazione, cioè quelle della cosiddetta Epiclesi(3); per cui, anziché dire: Scenda o Signore il Tuo Santo Spirito, su questi doni che ti offriamo, perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo nostro Salvatore, si dirà : Scenda o Signore LA TUA “RUGIADA”.....
    Anche se si tratta di una traduzione più letterale del discusso testo latino del 1969: «Hæc ergo dona, quǽsumus, Spíritus tui rore sanctífica / Ti preghiamo, santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito», le traduzioni precedenti avevano preferito il termine meno letterale “effusione”, ma di fatto il senso è esattamente lo stesso, già a suo tempo stigmatizzato dai cardinali Ottaviani e Bacci nel “Breve esame criticodel Novus Ordo Missae [qui] nei seguenti termini: «abbiamo sorvolato sui nuovi canoni, di cui il secondo ha immediatamente scandalizzato i fedeli per la sua brevità. Di esso si è potuto scrivere, tra molte altre cose, che può essere celebrato in piena tranquillità di coscienza da un prete che non creda più né alla transustanziazione né alla natura sacrificale della Messa, e che quindi si presterebbe benissimo anche alla celebrazione da parte di un ministro protestante».
    Ora, nella Bibbia la rugiada è sempre stata usata, di volta in volta, come metafora dello Spirito, della misericordia divina o comunque di elemento fecondante dell'azione divina; ma perché usare la metafora quando è già in uso il riferimento specifico allo Spirito Santo? Inoltre la nuova espressione ricorda immediatamente il Sl 133 (il canto delle ascensioni: il pellegrinaggio a Gerusalemme) "Ecco quant'è buono e quant'è soave che i fratelli vivano insieme! ... è come la rugiada che scende dall'Ermon sui monti di Sion; là infatti il SIGNORE ha ordinato che sia la benedizione, la vita in eterno". Ed ecco che subdolamente, anche qui, sia pure non direttamente affermato, viene evocata la riunione fraterna (a scapito del sacrificio) e allontanata ancor più la Presenza Reale, sostituita dal Dove sono due o più nel mio nome, io sono in mezzo a loro, che è vero e significativo, ma non è la stessa cosa rispetto a quanto specificamente accade come Actio di Cristo Signore nella Santa Messa. 
  9. Resta invariata la sostituzione dell'Offertorio sacrificale con la berakah ebraica [qui]. Così come invariato rimane lo spostamento delle parole Misteryum fidei dalla formula consacratoria. Il che, insieme all'introduzione di più preghiere eucaristiche con varianti verbose e discutibili dimentica che il canone romano risale alla tradizione orale di S. Pietro che certamente trasmette le parole da lui stesso udite dal Signore. Il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo il Concilio di Trento, esso risale alla tradizione degli Apostoli ed era sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno (anno 600). La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche san Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Summa Teologica alla stessa giustificazione del “mysterium fidei”. Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione.
    La Mediator Dei afferma e conferma che il Sacrificio di Cristo è uno ed unico ed appartiene a Lui solo. E non è un caso che le parole "mysterium fidei" siano pronunciate al momento della Consacrazione del Calice e quindi del Sangue della Nuova ed eterna Alleanza; il Signore ci comanda di fare haec (questo) in sua memoria fino alla fine dei tempi. Anche le parole “mysterium fidei” appartengono a Cristo, che suggella così la sua Azione espiatrice e redentrice e qui non ci resta che adorare e accogliere. Nella Messa riformata, invece, esse vengono messe in bocca all’assemblea sotto forma di annuncio, che tronca in maniera brusca la profonda compenetrazione con quanto accade sull’Altare.
    Praticamente il “mysterium fidei” è stato eliminato dalla formula della Consacrazione e posto subito dopo di essa per suscitare l’acclamazione dei fedeli. Così facendo si evidenzia il nuovo stile 'narrativo' piuttosto che 'attuativo' della Consacrazione che, invece, è particolare Actio Christi, che ora è diventata azione dell'assemblea. E oltretutto squarcia il sacro silenzio e interrompe bruscamente l'adorazione che i fedeli vivono nel momento più alto e solenne della celebrazione.
Conclusione

C’è persino chi afferma che una nuova comprensione del Vetus Ordo aiuterebbe ad armonizzare le innovazioni — cioè il Novus Ordo — con la pretesa che scaturiscano organicamente dalle nobili forme preesistenti senza rotture ed in dinamica di continuità [ma così non è: vedi]. Ma è possibile questo, quando più che di due forme dello stesso rito [qui] si tratta di due Riti che riflettono e veicolano ecclesiologia e teologia diverse: teocentrica la prima, antropocentrica la seconda? 
Non possiamo certo dimenticare le parole di Lutero: «distrutta la Messa, io dico che abbiamo distrutto tutto il papato. E ciò perché è sulla Messa come su una roccia che è costruito tutto il sistema papale, con i suoi monasteri, i suoi episcopati, le sue chiese, i suoi altari, i suoi ministri, la sua dottrina, cioè con tutto il resto. Tutto ciò non mancherà di crollare una volta che la sacrilega e abominevole Messa (cattolica) è distrutta». In sostanza, Lutero si rivolge ai suoi in questi termini: la priorità non è attaccare il papato ma combattere la Messa cattolica e tutto crollerà, compreso il papato.
Un animo nutrito dall’incontaminato cattolicesimo non può che soffrire spiritualmente quando un mistero immenso come il Sacrificio di Cristo è celebrato nel contesto di un rito protestantizzato nel quale sono state messe ai margini se non occultate molte verità cattoliche. Oltre a quanto già evidenziato riporto le 'variazioni' e gli occultamenti da non sottovalutare:
  1. Lode alla Santissima Trinità, quasi sparita dalla messa col prefazio prima predominante nell’anno liturgico ora solo una volta presente nella festa che almeno è rimasta.
  2. Riferimenti alla “Comunione dei Santi” e alle intercessioni della Vergine.
  3. Eliminazione per quanto possibile dell'intercessione dei Santi nel nuovo santorale.
  4. Sacrificio espiatorio, propiziatorio, impetratorio, oltre che di lode. Offertorio sacrificale [vedi].
  5. Chiara affermazione della transustanziazione e della presenza reale anche attraverso la modifica della formula consacratoria (vedi supra).
Ora l'annuncio della nuova edizione del Messale NO, che sappiamo accompagnato dal proposito di preparare una sorta di “riconsegna al popolo di Dio del Messale Romano” con un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica, fa emergere - insieme alla definitiva eclissi del munus dogmatico - i temi conciliari della liturgia come opera di un’assemblea, della quale fanno parte i ministri, nonché dell’ecclesiologia del “popolo di Dio”, antropocentrica, sia per effetto della progressiva diluizione del sacrificio del Signore con l’enfatizzazione della “mensa della Parola” e del convito fraterno; ma soprattutto con l’enfasi sull'Assemblea  - che certamente non è un “collettivo” usuale - col sacerdote Presidente [approfondimenti qui]. 
E dunque quella che è Actio teandrica(4) di Cristo diventa azione dell'Assemblea.  Tuttavia, se è vero che l'Azione di Cristo è perpetuata dalla Sua Chiesa,  il Santo Sacrificio è un fatto che si compie ogni volta sull'Altare nel mistero ed è Actio esclusiva di Cristo, compiuta in persona Christi dal Sacerdote, alla quale ogni fedele si unisce e partecipa nella Comunione dei Santi. Il sacerdozio ordinato - la cui diminutio è evidente nella nuova ecclesiologia - nulla toglie al sacerdozio battesimale dei fedeli, che da esso differisce non solo di grado ma anche di essenza e deve essere vissuto, per quello che è, dal Popolo di Dio(5) che è innanzitutto Corpo mistico di Cristo. Cerchiamo di non dimenticarlo, altrimenti ricadiamo nell'archeologismo liturgico già stigmatizzato dalla Mediator Dei nonché nelle categorie e suggestioni veterotestamentarie che il Signore - e noi con Lui - ha portato e porta a compimento.
La sobria sacralità, insieme alla fedeltà alle solenni formule del Rito antico, oltre a rispettare in pieno lo ius divinum(6), rende impossibile ogni abuso liturgico e ogni tentazione, sia da parte del Sacerdote che dell'Assemblea, di sostituirsi al vero Protagonista. 
Maria Guarini, 14 settembre 2020
Esaltazione della Santa Croce
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1. Secondo la Tradizione della Chiesa:
l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne;
i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) si identificano con i 70 anziani. I "cohanim" officiavano l'offerta dei sacrifici quotidiani. L'ebraico=cohen designa colui che sta "in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea nell'impartire la benedizione sacerdotale);
gli ordini maggiori o sacri (suddiacono, diacono, sacerdote) e tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti (discendenti della tribù di Levi con un ruolo cultuale subordinato a quello del sacerdote), e cioè gli aggiunti gli aiutanti.
Paolo VI (con la Ministeria quaedam) ha trasformato i cosiddetti "ordini minori" (ostiariatoesorcistato -svolto in altre forme-, suddiaconato) cambiando la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Deduzione ovvia: abolito il Sacrificio, trasformato in Cena, viene abolito anche il 'servizio all'Altare' [qui]. Dunque cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato la "classe sacerdotale", insieme al dato ontologico conseguente all'assegnazione di una specifica funzione ora declassata a mero ministero laicale, cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura che non constava soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestivano per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non avessero abbandonato il seminario prima della loro ordinazione presbiterale, sarebbe rimasta la stessa per tutta la loro vita futura.
Ogni ordine minore porta con sé alcune funzioni ad esso proprie che consentono al chierico di partecipare più da vicino nella sacra liturgia. Così oggi, con la riforma di Paolo VI e derive conseguenti, il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti (si crea infatti confusione tra il sacerdozio ordinato del sacerdote - alter Christus - e quello battesimale dei fedeli). Una riforma che, se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero", ma di fatto corrisponde alla diminutio del sacerdozio ordinato.
2. A proposito del Confiteor, cito: "La nuova liturgia è fatta per il “noi”, non per l’“io”. E questo è caratteristico del pensiero rivoluzionario moderno: mettere il “noi” al posto dell’“io”. Nella liturgia riformata c’è posto solo per il “noi”. Mentre nell’eterno compare l’io (e la liturgia terrestre è comunione con la liturgia celeste), nella nuova liturgia esso è assente. L’io nella liturgia tradizionale appare subito nella dimensione in cui compare nel Cristianesimo: il senso del peccato. Ciò è visibile fin dal doppio Confiteor della Messa tradizionale, che indica la persona. L’io del Confiteor mostra che il Confiteor del popolo è un Confiteor dell’io, non del noi. [...] La comunità è una invenzione clericale: coloro che vengono a Messa cercano Dio, non il “noi”. Se avessero la Messa tradizionale vi si inserirebbero subito, ove si fosse un clero capace di introdurre al Mistero (Gianni Baget Bozzo, L’Anticristo – “il principe delle tenebre opera nella storia da piccole fessure ...”, Mondadori, Milano 2001, pp. 46-55.)
3. Ancora a proposito dell'epiclesi (invocazione e conseguente azione dello Spirito Santo). Se l'Oriente cristiano pensa all'epiclesi, su cui pongono l'accento alcuni Padri greci dopo lo scisma, ritenendola necessaria perché avvenga la transustanziazione, è ben più convincente l'accentuazione di Sant'Ambrogio sulle "parole efficaci" (sermo operatorius) di Gesù della formula consacratoria: si tratta di parole che operano direttamente ciò che significano perché pronunciate da Lui, presente nella persona del Sacerdote. Lui, che è il Verbo, la Seconda Persona della Santissima Trinità, incarnatasi nell'uomo Gesù di Nazareth, nel quale è contemporaneamente presente il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.
4. Divino-umana. Nel Signore coesistono, in unione ipostatica nella stessa persona due nature, quella umana e quella divina ognuna con le sue proprietà. L’umanità di Gesù, vero Dio e vero Uomo, Verbo di Dio incarnato, ha riscattato, come uomo, sulla Croce, la nostra natura umana ferita ed espulsa dalla sfera divina a causa del peccato originale.
5. Riconosciamo il conio e l'uso tipicamente conciliare della definizione di sapore veterotestamentario ‘Popolo di Dio’, più generica, meno identitaria e meno centrata rispetto a ‘Corpo Mistico di Cristo'-Sposo, che è anche la Sua Chiesa-Sposa.
6. Esiste uno ius divinum al culto che è il riconoscimento del primato di Dio su ogni cosa. Si realizza facendo convergere su Lui tutte le attività – personalmente e comunitariamente – attraverso la virtù di religione, come ci ricorda la Mediator Dei. Dunque riguarda l’intera esistenza e tutti i suoi ambiti ed è funzione primaria della Chiesa come corpo mistico di Cristo e popolo sacerdotale: pensiamo al sacerdozio battesimale, sia pur distinto in grado ed essenza da quello ordinato. Ristabilisce inoltre il giusto rapporto fra Dio e la sua creazione, a Lui ordinata, a partire dall’uomo, unica creatura terrena creata a Sua immagine. Viene espresso anche in atti e riti pubblici. Esiste quindi uno ius liturgicum: la Chiesa ha sempre concepito la liturgia come il suo culto pubblico ufficiale e quindi ha regolato gli atti e i riti che lo sostanziano ed esprimono le verità di fede professate. Tutte le norme sono indirizzate a questo giusto rapporto, dal quale dipende la salvezza del mondo, e così devono essere rispettate come comando di Dio e non come invenzione dell’uomo.

* * *
Soppressione della Commissione Ecclesia Dei, inglobata nella Dottrina della Fede

Bergoglio ha soppresso la pontificia commissione Ecclesia Dei, inserendola nella Congregazione per la Dottrina della Fede. È una mossa ampiamente attesa [vedi]; ma, con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007 di Papa Benedetto XVI (ancora in vigore), per i fedeli legati alla liturgia tradizionale (Messale Giovanni XXIII, 1962) e al Rito Romano Antico della Messa cambia poco o nulla. Almeno de iure, perché, de facto, nella maggior parte delle diocesi tira un'aria tutt'altro che favorevole che soffoca sia il mantenimento che la promozione dei relativi Centri Messa. Diventa invece importante il fatto che ora ci sia un dialogo diretto tra la gerarchia vaticana (nella persona del prefetto della CDF, cardinale Ladaria Ferrer) e i superiori della Fraternità Sacerdotale San Pio X; dialogo che, come sottolineato anche nel documento, verte su questioni dottrinali che riguardano il concilio Vaticano II.

Lettera Apostolica in forma di Motu proprio circa la
Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”
- 19.01.2019

Da oltre trent’anni la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita con il Motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio 1988, ha assolto con sincera sollecitudine e lodevole premura al compito di collaborare coi Vescovi e coi Dicasteri della Curia Romana, nel facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose, legati alla Fraternità fondata da Mons. Marcel Lefebvre, che desideravano rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le proprie tradizioni spirituali e liturgiche.1

In tal modo, essa ha potuto esercitare la propria autorità e competenza a nome della Santa Sede su dette società e associazioni, fino a quando non si fosse diversamente provveduto.2

Successivamente, in forza del Motu proprio Summorum Pontificum, del 7 luglio 2007, la Pontificia Commissione ha esteso l’autorità della Santa Sede su quegli Istituti e Comunità religiose, che avevano aderito alla forma straordinaria del Rito romano e avevano assunto le precedenti tradizioni della vita religiosa, vigilando sull’osservanza e sull’applicazione delle disposizioni stabilite.3

Due anni dopo, il mio Venerato Predecessore Benedetto XVI, col Motu proprio Ecclesiae unitatem, del 2 luglio 2009, ha riorganizzato la struttura della Pontificia Commissione, al fine di renderla più adatta alla nuova situazione venutasi a creare con la remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati senza mandato pontificio. E, inoltre, ritenendo, che, dopo tale atto di grazia, le questioni trattate dalla medesima Pontificia Commissione fossero di natura primariamente dottrinale, Egli l’ha più organicamente legata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, conservandone comunque le iniziali finalità, ma modificandone la struttura.4

Ora, poiché la Feria IV della Congregazione per la Dottrina della Fede del 15 novembre 2017 ha formulato la richiesta che il dialogo tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X venga condotto direttamente dalla menzionata Congregazione, essendo le questioni trattate di carattere dottrinale, alla quale richiesta ho dato la mia approvazione in Audientia al Prefetto il 24 successivo e tale proposta ha avuto l’accoglienza della Sessione Plenaria della medesima Congregazione celebratasi dal 23 al 26 gennaio 2018, sono giunto, dopo ampia riflessione, alla seguente Decisione.

- Considerando mutate oggi le condizioni che avevano portato il santo Pontefice Giovanni Paolo II alla istituzione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei;

- constatando che gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria, hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita;

- prendendo atto che le finalità e le questioni trattate dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sono di ordine prevalentemente dottrinale;

- desiderando che tali finalità si rendano sempre più evidenti alla coscienza delle comunità ecclesiali, colla presente Lettera Apostolica ‘Motu proprio data’,

Delibero
  1. Ѐ soppressa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita il 2 luglio 1988 col Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta.
  2. I compiti della Commissione in parola sono assegnati integralmente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, in seno alla quale verrà istituita una apposita Sezione impegnata a continuare l’opera di vigilanza, di promozione e di tutela fin qui condotta dalla soppressa Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
  3. Il bilancio della Pontificia Commissione rientra nella contabilità ordinaria della menzionata Congregazione.
Stabilisco, inoltre, che il presente Motu proprio, da osservarsi nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, venga promulgato mediante pubblicazione sul quotidiano L’Osservatore Romano uscente il 19 gennaio 2019, entrando in immediato vigore, e che successivamente sia inserito nel Commentario ufficiale della Santa Sede, Acta Apostolicae Sedis.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 17 Gennaio 2019, VI del Nostro Pontificato.
Francesco
____________________
1. Cf. Joannes Paulus PP. II, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Ecclesia Dei adflicta’, 2 Iulii 1988, AAS, LXXX (1988), 12 (15 Nov. 1988), 1495-1498, 6a.
2.  Cf. Rescriptum ex Audientia Sanctissimi, 18 Oct. 1988, AAS, LXXXII (1990), 5 (3 Maii 1990), 533-534, 6.
3.  Cf. Benedictus PP. XVI, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Summorum Pontificum, 7 Iulii 2007, AAS, XCIX (2007), 9 (7 Sept. 2007), 777-781, 12.
4.  Cf. Benedictus PP. XVI, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Ecclesiae unitatem, 2 Iulii 2009, AAS, CI (2009),
8.  (7 Aug. 2009), 710-711, 5.
[00101-IT.01] [Testo originale: Italiano]
[B0047-XX.01]

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