domenica 26 marzo 2023

Il Card. Roche sulla rottura perpetrata dal Vaticano II

Nella nostra traduzione da OnePeterFive ulteriori sottolineature della grave affermazione del card. Roche che avevamo già presa in esame qui. Qui l'indice dei precedenti articoli sulla vexata quaestio.

Il Cardinal Roche sulla rottura perpetrata dal Vaticano II
Joseph Shaw, 24 marzo 2023

Come ho scritto di recente su Catholic Answers, la confusione riguardo al significato della Traditionis Custodes e della sua flottiglia di documenti supplementari comincia a somigliare a quella che grava attorno all’Amoris Laetitia. Interrogandomi sulla finalità del documento, mi chiedevo proprio: quale visione del panorama ecclesiale lo ispira? Qui mi concentrerò sul ragionamento altrettanto opaco su cui si fonda.

Domenica scorsa BBC Radio 4 ha mandato in onda un breve servizio sulla Messa tradizionale in cui sono stati fatti parlare la blogger cattolica Maria Jones (date un’occhiata al suo canale “One of Nine” [“Uno di nove”]), un sacerdote che celebra la Messa tradizionale in latino e alcuni partecipanti alla Messa tradizionale trovati per caso fuori da una chiesa. È stato anche emesso un clip di Austen Ivereigh, biografo papale, e del cardinale Arthur Roche. (Si può ascoltare qui.)

Riguardo al motivo per cui è stata emanata la Traditionis Custodes, Ivereigh spiega che le persone che partecipano alla Messa tradizionale costituirebbero un sinistro “movimento” opposto al Vaticano II. Questa affermazione è presumibilmente ispirata dalla Lettera ai Vescovi del 2021 di Papa Francesco. Il problema è che anche i sostenitori della Messa tradizionale più emotivi e meno colti tra quelli che i giornalisti della BBC hanno potuto trovare non prestano assolutamente alcun sostegno a questa idea. Se il “movimento” di cui parla Ivereigh si trova solo in qualche angolo oscuro di Internet, è difficile capire perché Papa Francesco abbia causato tanta angoscia limitando la messa tradizionale in tutto il mondo.

Inoltre il Cardinal Roche si esprime in questi termini:
Sapete che la teologia della Chiesa è cambiata. Prima il sacerdote rappresentava, a distanza, tutto il popolo, i cui membri erano canalizzati, per così dire, in questa persona che da sola celebrava la Messa. Ora, non è solo il sacerdote che celebra la liturgia, ma anche coloro che sono battezzati con lui. E questa è un’affermazione di enorme portata.
Ciò non ha nulla a che vedere con le affermazioni fatte nella Lettera ai Vescovi, ed è difficile pensare che una simile affermazione sia stata mai fatta in precedenza da un cardinale curiale. Ci è stato spesso detto che l’idea che “la teologia della Chiesa è cambiata” è appannaggio esclusivo dei progressisti più radicali e dei lefebvriani estremisti, e che ciò che il Concilio ha fatto è veramente ciò che Papa Giovanni XXIII gli ha chiesto di fare (Gaudet Mater Ecclesia):
Ciò che […] è necessario oggi è che tutta la dottrina cristiana, senza che alcuna parte di essa vada perduta, sia accolta nel nostro tempo da tutti con nuovo fervore, nella serenità e nella pace, in quella tradizionale e precisa concettualità ed espressione che si manifesta specialmente negli atti dei Concili di Trento e del Vaticano I. […] Per il deposito della fede, le verità contenute nella nostra venerabile dottrina sono una cosa; il modo in cui si esprimono, ma con lo stesso significato e lo stesso giudizio, è un'altra cosa.
All’interno dei testi conciliari c’è qualche base che possa dare sostegno alla “nuova teologia” del Cardinal Roche? Ebbene, il decreto conciliare sulla liturgia, Sacrosantum Concilium, ci dice (n. 48):
Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti.
Questo è il vero insegnamento della Chiesa. Ma si tratta di qualcosa di nuovo? Come è stato documentato, le note a piè di pagina del documento sono state drasticamente ridotte in una fase avanzata della sua preparazione, e questo oscura il fatto che questo paragrafo si basa su due moderni testi magisteriali preconciliari.

Il primo, che ha coniato l’infelice espressione ‘muti spettatori’, è la Costituzione apostolica Divini cultus sanctitatem (1928), n. 9, in cui Papa Pio XI si espresse sui cattolici che non cantavano i canti secondo le raccomandazioni di Papa Pio X, contenute in Tra le sollecitudini di un quarto di secolo prima.

L’altra fonte è l’enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII, emanata nel 1947:
Col lavacro del Battesimo, difatti, i cristiani diventano, a titolo comune, membra del Mistico Corpo di Cristo sacerdote, e, per mezzo del “carattere” che si imprime nella loro anima, sono deputati al culto divino partecipando, così, convenientemente al loro stato, al sacerdozio di Cristo. (88)
E inoltre:
Per non far nascere errori pericolosi in questo importantissimo argomento, è necessario precisare con esattezza il significato del termine “offerta”. L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli. Ponendo però, sull’altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinità e per il bene di tutte le anime. A quest’oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo; perché, cioè, essi offrono il Sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in certo modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l’offerta fatta dal popolo si riferisce al culto liturgico. (92)
L’idea che il popolo partecipi in modo importante all’offerta della Messa, senza confondere il sacerdozio ordinato e il sacerdozio di tutti i credenti, si trova in tutta la tradizione ed è radicata nei testi della stessa Messa. Coloro che partecipano alla Messa tradizionale conosceranno la parola “Oremus”, “Preghiamo” — un invito spesso ripetuto ad unirsi spiritualmente alla preghiera del sacerdote — e le parole del sacerdote, “Orate fratres ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem”: “Pregate, fratelli, affinché il mio e il vostro sacrificio siano graditi a Dio Padre”. La teologia della Messa tradizionale, e coloro che l’hanno esposta nel corso dei secoli, non concepiscono l'idea che le persone siano osservatori passivi che non hanno alcun ruolo nel mistero.

I redattori della BBC hanno messo in relazione i commenti del cardinale Roche con la pratica tradizionale del “prete che dà le spalle al popolo per la maggior parte della messa”. È impossibile sapere se sia stata proprio Sua Eminenza a stabilire tale relazione. Ma tale questione, notoriamente, non è stata mai discussa al Concilio Vaticano II. Il permesso per la celebrazione col sacerdote “rivolto al popolo” fu sgraffignato in un’Istruzione del 1964 (Inter Oecumenici), che di fatto parlava solo della costruzione di nuovi altari. Se questo ha causato un cambiamento fondamentale — o una “affermazione di enorme portata”, secondo le parole del cardinale Roche —, ciò suggerisce che la Congregazione per i riti, che sarebbe stata presto abolita, aveva più autorità di quanto generalmente riconosciuto.

Mi trovo, qui, e non per la prima volta, a difendere le parole del Concilio Vaticano II contro un’interpretazione che le imputerebbe novità teologiche incompatibili con il perenne insegnamento della Chiesa. Va oltre lo scopo di questo articolo fare la stessa cosa per tutto ciò che ha affermato il Concilio, ma almeno su questa importante questione — il modo in cui i fedeli partecipano alla Messa — Austen Ivereigh dovrebbe notare che non sono io a criticare il Vaticano II. È il cardinale Roche, implicitamente, che sembra interpretarlo come l’introduzione di una rottura storica nell'insegnamento della Chiesa.
Sicuramente non poteva intendere ciò, ma mi chiedo allora cosa intendesse dire. È chiaro che sta cercando una motivazione per la prevista soppressione della Messa tradizionale diversa rispetto a quella addotta da Papa Francesco nella Lettera ai vescovi: una motivazione che non sia basata solamente sull’affermazione empirica secondo cui i suoi sostenitori sarebbero persone cattive, che è così difficile da dimostrare quando un giornalista si prende la briga di chiedere informazioni ad alcuni fedeli. Quel che egli desidera è un argomento basato sulla teologia della liturgia, qualcosa che gli permetta di dire che è oggettivamente dannoso permettere che eventuali celebrazioni della Messa tradizionale si protraggano più del necessario.

Mi piacerebbe saperne di più, perché qualsiasi affermazione basata su questo concetto avrà le stesse difficoltà: se la Messa tradizionale è cattiva, allora l’intera liturgia della Chiesa è stata cattiva per quindici secoli, e molto probabilmente i riti orientali sono cattivi ancora oggi. Sarebbe davvero intrigante scoprire che il Dicastero per il culto divino afferma che la celebrazione ad orientem è teologicamente problematica, mentre allo stesso tempo il Dicastero per le Chiese orientali sta cercando di imporla ai siro-malabaresi.

Se ciò risulterà esser vero, avremo raggiunto una nuova fase nella confusione tristemente associata all’attuale papato.
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