venerdì 7 marzo 2025

Festa della Santissima Trinità. Simbolo Atanasiano

Oggi, nell'Ottava di Pentecoste, alla quale è unita da un misterioso legame, celebriamo la solennità che ha lo scopo di onorare il Dio unico in tre persone. Essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.

Il simbolo atanasiano (Quicumque vultè un simbolo della fede che prende questo nome perché attribuito dalla tradizione cristiana a sant'Atanasio (295-373), arcivescovo di Alessandria d'Egitto. È significativo soprattutto per la dottrina trinitaria, che esso esprime in maniera forte per combattere l'arianesimo.

Nella liturgia della Chiesa occidentale, prima della sostituzione del breviario, era recitato nell'ufficio domenicale di prima. Nel Rito Ambrosiano invece, viene usato come inno dell'Ufficio delle Letture, al posto del Te Deum, la Domenica della Santissima Trinità; mentre la Chiesa orientale non l'ha mai usato.

È stato tramandato in greco e in latino. La maggioranza dei critici ritiene che sia stato scritto originariamente in latino e non in greco; e non nel IV secolo, ma almeno un secolo più tardi. La teologia che ne traspare è molto vicina a quella di sant'Ambrogio da Milano.

Quicúmque vult salvus esse,  * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, *
absque dúbio in aetérnum períbit.

Fides autem cathólica haec est: *
ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, *
neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, alia Fílii, *
alia Spíritus Sancti:

Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, *
aequális glória, coaetérna maiéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, *
talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, *
increátus Spíritus Sanctus.
Immènsus Pater, imménsus Fílius, *
imménsus Spíritus Sanctus.
Aetérnus Pater, aetérnus Fílius, *
aetérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres aetérni, *
sed unus aetérnus.

Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, *
sed unus increátus, et unus imménsus.

Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, *
omnípotens Spíritus Sanctus.

Et tamen non tres omnipoténtes, *
sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, *
Deus Spíritus Sanctus.

Et tamen non tres dii, *
sed unus est Deus.

Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, *
Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, *
sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: *
ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: *
nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est:*
non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: *
non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.

Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: *
unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil maius aut minus: *
sed totae tres persónae coaetèrnae sibi sunt et coaequáles.
Ita ut per ómnia, sicut iam supra dictum est, *
et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, *
ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad aetérnam salútem, *
ut incarnatiónem quoque Dómini nostri Iesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, *
quia Dóminus noster Iesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.

Deus est ex substántia Patris ante saécula génitus: *
et homo est ex substántia matris in saéculo natus.


Perféctus Deus, perféctus homo: *
ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Aequális Patri secúndum divinitátem: *
minor Patre secúndum humanitátem.
Qui, licet Deus sit et homo, *
non duo tamen, sed unus est Christus.

Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, *
sed assumptióne humanitátis in Deum.

Unus omníno, non confusióne substántiae, *
sed unitáte persónae.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo:
ita Deus et homo unus est Christus.

Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: *
tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad coélos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: *
inde ventúrus est iudicáre vivos et mórtuos.
Ad cuius advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis: *
et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam aetérnam: *
qui vero mala, in ígnem aetérnum.


Haec est fides cathólica, *
quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.
Amen.
Chiunque voglia salvarsi, * deve anzitutto possedere la fede cattolica:
Colui che non la conserva integra ed inviolata *
perirà senza dubbio in eterno.

La fede cattolica è questa: *
che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell'unità.
Senza confondere le persone, *
e senza separare la sostanza.
Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, *
ed altra quella dello Spirito Santo.

Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, *
con uguale gloria e coeterna maestà.
Quale è il Padre, tale è il Figlio, *
tale lo Spirito Santo.
Increato il Padre, increato il Figlio, *
increato lo Spirito Santo.
Immenso il Padre, immenso il Figlio, *
immenso lo Spirito Santo.
Eterno il Padre, eterno il Figlio, *
eterno lo Spirito Santo
E tuttavia non vi sono tre eterni, *
ma un solo eterno.

Come pure non vi sono tre increati, né tre immensi, *
ma un solo increato e un solo immenso.
Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, *
onnipotente lo Spirito Santo.

E tuttavia non vi sono tre onnipotenti, *
ma un solo onnipotente.

Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, *
lo Spirito Santo è Dio.

E tuttavia non vi sono tre dei, *
ma un solo Dio.
Signore è il Padre, Signore è il Figlio, *
Signore è lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre Signori, *
ma un solo Signore.
Poiché come la verità cristiana ci obbliga a confessare che ciascuna persona è singolarmente Dio e Signore: *
così la religione cattolica ci proibisce di parlare di tre Dei o Signori.
Il Padre non è stato fatto da alcuno: *
né creato, né generato.

Il Figlio è dal solo Padre: *
non fatto, né creato, ma generato.
Lo Spirito Santo è dal Padre e dal Figlio: *
non fatto, né creato, né generato, ma da essi procedente.

Vi è dunque un solo Padre, non tre Padri: un solo Figlio, non tre Figli: *
un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi.
E in questa Trinità non v'è nulla che sia prima o dopo, nulla di maggiore o minore: *
ma tutte e tre le persone sono l'una all'altra coeterne e coeguali.
Cosicché in tutto, come già detto prima, *
va venerata l'unità nella Trinità e la Trinità nell'unità.

Chi dunque vuole salvarsi, *
pensi in tal modo della Trinità.
Ma per l'eterna salvezza è necessario, *
credere fedelmente anche all'Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo.
La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo, *
che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo.

È Dio, perché generato dalla sostanza del Padre fin dall'eternità: *
è uomo, perché nato nel tempo dalla sostanza della madre.
Perfetto Dio, perfetto uomo: *
sussistente dall'anima razionale e dalla carne umana.
Uguale al Padre secondo la divinità:*
inferiore al Padre secondo l'umanità.
E tuttavia, benché sia Dio e uomo, *
non è duplice ma è un solo Cristo.

Uno solo, non per conversione della divinità in carne, *
ma per assunzione dell'umanità in Dio.
Totalmente uno, non per confusione di sostanze, * ma per l'unità della persona.
Come infatti anima razionale e carne sono un solo uomo, *
così Dio e uomo sono un solo Cristo.

Che patì per la nostra salvezza: discese agli inferi: *
il terzo giorno è risuscitato dai morti.
È salito al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: *
e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti.
Alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere con i loro corpi: *
e dovranno rendere conto delle proprie azioni.
Coloro che avranno fatto il bene andranno alla vita eterna: *
coloro, invece, che avranno fatto il male, nel fuoco eterno.

Questa è la fede cattolica, *
e non potrà essere salvo se non colui che l'abbraccerà fedelmente e fermamente.
Amen.

giovedì 6 marzo 2025

Buona Festa di Cristo Re, universorum Rex e non solo Re dell'universo... Te sæculórum Principem

Che sta avvenendo della Tradizione, ma soprattutto della Regalità di Nostro Signore, universorum Rex = Re di tutti e di tutte le cose? E non soltanto genericamente Re dell'universo, come l'ha declassato la Festa di Cristo Re del nuovo Ordinamento liturgico, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno... Nell'Anno Liturgico dell'Ordo Antico, e a coronamento di esso, la Festa cade oggi, ultima Domenica prima della Festa di Tutti i Santi, che tali sono in virtù di Lui. Inserisco, in fondo, l'Inno Te sæculórum Príncipem, indicando le strofe inopinatamente soppresse e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla? [vedi anche]

O ter beata civitas
Cui rite Christus imperat,
Quae iussa pergit exsequi
Edicta mundo caelitus!”
(“O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!”).

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Se la festa è di nuova istituzione non è per nulla nuova l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. L'istituzione di una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero, risulta chiara dal testo dell'enciclica:
[...] "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società". Papa Pio IX si riferisce al laicismo (non alla laicità): "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste [...]
Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.(soppressa!)

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega. (soppressa!)

Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.

Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.

Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant. (soppressa!)

Submíssa regum fúlgeant
ibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.(soppressa!)

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.
Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando, di ogni cosa
Ti dichiariamo Re supremo. (1)

Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.

Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato.

Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano.

Le sottomesse insegne dei re
[a Te] dedicate vi rifulgano:
e con mite scettro la Patria
e le case dei cittadini assoggetta.

Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen.
___________________________
1. Nella Liturgia delle Ore, l'inno dei Vespri è lo stesso (Te saeculorum Principem), ma da esso sono state soppresse proprio quelle strofe che parlano esplicitamente della regalità sociale ("Te nationum praesides..." e "Submissa regum fulgeant..."). Nella seconda strofa, inoltre, il riferimento al laicismo ("Scelesta turba clamitat: / Regnare Christum nolumus" = "La folla empia grida: Non vogliamo che Cristo regni") è stato rimpiazzato da una frase generica e indefinita ("Quem prona adorant agmina / hymnisque laudant cælitum" = "Ti adorano prone le schiere celesti e ti lodano con inni").
Completamente diverso l'inno dell'Ufficio delle Letture (il vecchio Mattutino), privo anch'esso di qualunque riferimento alla dimensione sociale e temporale del Regno di Cristo. Le letture tratte dall'enciclica Quas primas, che il Breviario antico assegnava al secondo Notturno, sono state rimpiazzate da un brano di Origene, di carattere marcatamente spirituale.
Così pure si cercherebbe invano un'allusione o un accenno alla necessità che Cristo regni sulla società civile nel nuovo inno delle Lodi mattutine.
La nuova orazione ricalca lo schema della vecchia, modificandone però completamente il senso.

mercoledì 5 marzo 2025

Giovedì Santo. Crux difelis / Pange lingua

Per l'ascolto qui.
RIFLESSIONI DEL TEMPO
Feria Quinta in Coena Domini
Gesù è arrivato da Betania; tutti gli apostoli sono con lui, anche Giuda, che nasconde un segreto. Gesù s’avvicina alla mensa, dove si mangerà l’agnello; dietro di lui vi prendono posto i discepoli; e osservano fedelmente tutti i riti che il Signore prescrisse a Mosè, quando doveva essere seguito dal suo popolo. All’inizio della cena Gesù dice agli apostoli: «Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua, prima di patire». Parlava cosi, non perché questa Pasqua avesse qualcosa in sé di superiore a quella degli anni precedenti, ma perché doveva dare occasione all’istituzione della nuova Pasqua, ch’egli aveva preparato nel suo amore per gli uomini; infatti, san Giovanni dice: «Avendo amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò fino alla fine»
Questa Messa del Giovedì Santo è tra le più solenni di tutto l’anno; sebbene l’istituzione della festa del Santissimo Sacramento abbia per oggetto d’onorare con maggior splendore il medesimo mistero, pure la Chiesa non vuole che l’anniversario della Cena del Signore perda nessuno degli onori cui ha diritto. Il colore dei paramenti sacri, in questa Messa, è il bianco, come nei giorni di Natale e di Pasqua; ogni segno di lutto scompare.

Tuttavia, molti dei riti straordinari mostrano che la Chiesa teme ancora per il suo sposo e solo per un momento sospende la tristezza che l’opprime. Il sacerdote all’altare ha intonato l’inno angelico: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli!» e le campane lo hanno accompagnato fino alla fine, suonando gioiosamente a distesa; ma a partire da questo momento rimarranno mute e il loro silenzio, per lunghe ore, stenderà sulla città un’impressione d’abbandono; come se la santa Chiesa volesse farci sentire che questo mondo, testimone dei patimenti e della morte del suo divino autore, ha perduto ogni dolcezza e melodia, ed è divenuto deserto e melanconico; e più particolarmente ci vuol ricordare che gli apostoli, voce del Cristo, figurati nelle campane che col loro suono chiamano i fedeli alla casa di Dio, sono tutti fuggiti, lasciando il maestro in preda ai suoi nemici

I «Sepolcri»
Sebbene la Chiesa sospenda per alcune ore l’offerta dell’eterno sacrificio, tuttavia non permette che siano negati al suo divino sposo gli omaggi a lui dovuti nel sacramento del suo amore. I momenti in cui l’ostia santa pare divenuta inaccessibile alla nostra indegnità, la pietà cattolica ha saputo trasformarli in un vero trionfo all’augusta Eucaristia, allestendo in ogni chiesa un altare-sepolcro dove, dopo la Messa, la Chiesa rinchiuderà il corpo del Signore. Esso rimarrà nascosto sotto alcuni veli; ma i fedeli si affolleranno ugualmente ai suoi piedi ad adorarlo. Tutti accorreranno a onorare il sepolcro dell’uomo-Dio, perché «ovunque sarà il suo corpo s’aduneranno le aquile» 240; e da ogni punto del mondo cattolico s’eleverà a Gesù, come un felice compenso degli oltraggi di cui fu fatto segno in queste medesime ore dai Giudei, un vivo concerto di fervorose preghiere, come mai accade in altri tempi dell’anno.
Là si daranno convegno sia le anime ferventi nelle quali Gesù già vive sia i peccatori convertiti dalla grazia e avviati alla riconciliazione.
Terminata la Messa, la processione si avvia al sepolcro dove sarà riposto il santo Ciborio. Esso viene portato dal celebrante sotto il baldacchino, come nella festa del Corpus Domini; però oggi il sacro corpo del redentore rimane nascosto non circondato di raggi come nei giorni di trionfo. Adoriamo questo sole di giustizia, e durante la processione cantiamo il Pange lingua, l’inno del Santissimo Sacramento noto a tutti.
Crux fidelis,
inter omnes arbor una nobilis;
nulla talem silva profert,
flore, fronde, germine.
Dulce lignum, dulci clavo,
dulce pondus sustinens

Pànge, lingua, gloriosi
Corporis mystèrium
Sanguinisque pretiòsi,
quem in mundi pretium
fructus ventris generosi
Rex effudit Gentium.
Nobis datus, nobis natus
ex intacta Virgine,
et in mundo conversatus,
sparso verbi semine,
sui moras incolatus
miro clausit ordine.
In supremae nocte coenae
recumbens cum fratribus
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbae duodenae
se dat suis manibus.
Verbum caro, panem verum
verbo carnem efficit:
fitque sanguis Christi merum,
et si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.
Tantum èrgo Sacramentum
venerèmur cernui:
et antìquum documentum
novo cedat rìtui:
praèstet fìdes supplemèntum
sènsuum defectui.
Genitori, Genitoque
làus et jubilàtio,
salus, honor, vìrtus quòque
sit et benedictio:
procedenti ab utroque
compar sit laudatio.
Croce fedele,
fra tutti unico albero nobile:
nessuna selva ne produce uno simile
per fronde, fiori e frutti.
Dolce legno, dolci chiodi
che sostenete il dolce peso.

Canta, o mia lingua,
il mistero del corpo glorioso
e del sangue prezioso
che il Re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso,
sparse per il riscatto del mondo.
Si è dato a noi, nascendo per noi
da una Vergine purissima,
visse nel mondo spargendo
il seme della sua parola
e chiuse in modo mirabile
il tempo della sua dimora quaggiù.
Nella notte dell'ultima Cena,
sedendo a mensa con i suoi fratelli,
dopo aver osservato pienamente
le prescrizioni della legge,
si diede in cibo agli apostoli
con le proprie mani.
Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola
il pane vero nella sua carne
e il vino nel suo sangue,
e se i sensi vengono meno,
la fede basta per rassicurare
un cuore sincero.
Adoriamo, dunque, prostrati
un sì gran sacramento;
l'antica legge
ceda alla nuova,
e la fede supplisca
al difetto dei nostri sensi.
Gloria e lode,
salute, onore,
potenza e benedizione
al Padre e al Figlio:
pari lode sia allo Spirito Santo,
che procede da entrambi.
Arrivati al sepolcro, il celebrante incensa il santo Ciborio e lo chiude nel tabernacolo. Si resta alcuni istanti in silenziosa preghiera, poi il corteo ritorna in coro, sempre in silenzio.
Immediatamente dopo si procede alla denudazione degli altari. 

Denudazione degli altari 
Aiutato dai ministri, il celebrante, toglie le tovaglie che coprono l’altare. Il rito significa che il sacrificio è sospeso. L’altare rimarrà nudo e spoglio, fino a che non sarà di nuovo presentata alla divina maestà l’offerta quotidiana; ma prima il Signore dovrà risorgere dalla tomba, vincitore della morte. Per ora è nelle mani dei Giudei, che stanno per spogliarlo delle sue vesti, come noi spogliamo gli altari. Egli sarà esposto nudo agli oltraggi di tutto un popolo; ecco perché la Chiesa, per accompagnare questa cerimonia, ha scelto il Salmo 21 (22), nel quale il Messia esprime in maniera sorprendente l’azione dei soldati romani che, ai piedi della croce, si divisero le vesti.
(Tratto da Dom Prosper Guéranger L’Anno liturgico. -Tempo di Quaresima–Tempo di Passione)

Antonio Livi sull'obbedienza al Papa

Ricevo segnalazione da parte di mons. Antonio Livi di un suo recente intervento su La bussola quotidiana, con esplicito invito ad un dibattito, al quale penso saranno in diversi a non sottrarsi. L'articolo è lungo e articolato e contiene diversi spunti che andrebbero colti e sviluppati. Purtroppo in questo momento, pur essendone molto interpellata, sono impossibilitata ad un'analisi e sintesi accurate come il tema meriterebbe. Tuttavia non riesco a tacere almeno sull'essenziale. E, mentre vi invito a consultare il testo dal link, mi limito ad inserire qui la conclusione seguita da alcune mie osservazioni. [vedi e anche]
[...] Meglio allora, come ho detto, lasciar perdere le tante interpretazioni delle intenzioni del Papa che certi malintenzionati impongono all’opinione pubblica cattolica manipolando il contenuto dei suoi discorsi: ci si attenga ai suoi insegnamenti ufficiali, e certamente si vedrà che – al di là di iniziative di “dialogo” che possono essere imprudenti o accenni ad argomenti dottrinali che possono risultare ambigui – i capisaldi della dottrina cristiana non sono minacciati e ogni riforma pastorale della Chiesa sarà, come insegnato da Benedetto XVI, una «riforma nella continuità». E per i fedeli comuni, giustamente non interessati a nomine, sostituzioni e deposizioni in campo ecclesiastico, è quanto basta.
Parto da una premessa, ineludibile per qualunque considerazione, che è anche un dato di fatto: il primo concilio proclamatosi 'pastorale' ha poi attuato una pastorale ateoretica che, de facto se non de iure, liquefa i dogmi. Ciò è potuto accadere inserendo nei suoi documenti - ad opera dell'ormai ben nota agguerrita minoranza costituita dall'alleanza renana - elementi di ambiguità che hanno spostato il fulcro dal teocentrismo all'antropocentrismo. Ciò ha reso possibili applicazioni conseguenti al cambiamento paradigmatico che trasferisce al soggetto Chiesa e al suo divenire nella storia la continuità che appartiene all'oggetto Rivelazione contenuto e trasmesso dal dogma. Elemento fortemente determinante, che l'autore ,nel citare Benedetto XVI, ignora completamente. 

Per questo è possibile che un filosofo come Livi, sostenitore della logica aletica, possa affermare che i capisaldi della dottrina cristiana non sono minacciati. Ciò forse in linea esclusivamente teorica, ma nella prassi non si può dire altrettanto. Inoltre, gli ultimi documenti magisteriali (Lumen Fidei ed Evangelii gaudium) hanno sollevato non poche perplessità espresse e documentate anche su questo blog. Per non parlare di quei punti controversi dei documenti conciliari - e delle loro applicazioni - ben individuati, documentati e mai confutati se non con proclami apodittici (vedi: ecumenismolibertà di religionecollegialità ed ecclesiologie et alia).

Per sviluppare un vero e costruttivo dibattito che affronti alla radice le cause dei problemi che stiamo vivendo, sarebbe dunque auspicabile che Livi dimostrasse in termini teoretici chiari e definitori l'effettiva continuità con la tradizione perenne dei punti sopra richiamati non sorvolando sulle dislocazioni conseguenti al recente Magistero sopra citato. E, semmai, confutasse negli stessi termini le documentate perplessità e relative argomentazioni poste sia sui punti controversi del concilio che sul Magistero recente. Piuttosto che invitare al silenzio quei laici che pongono interrogativi seri sui quali esprimono con acribìa ponderate riflessioni.

Sostanzialmente sembra non volersi riconoscere che se il livello non più sovrastorico del Magistero - proprio in quanto pastorale - non può modificare le essenze, tuttavia di fatto esso provoca l'alterazione della forma e l'oscuramento della Verità finché, Deo adiuvante, non ne avverrà il ripareggiamento ad opera di un Pontefice.

lunedì 3 marzo 2025

Quando il Giudizio Universale fu rimosso dalla liturgia cattolica

Nella nostra traduzione da Infovaticana l'ennesima testimonianza di uno dei tanti tagli e annacquamenti subiti dalla Sacra Liturgia per effetto del prevalere della gerarchia modernista in chiave conciliaristaPrecedenti qui - qui - qui.

Quando il Giudizio Universale 
fu rimosso dalla liturgia cattolica

Conoscete Dies Irae ? Sul sito della RAE si legge che l'espressione latina “ dies irae” si traduce come “il giorno dell'ira”: sono le prime parole di una sequenza che veniva recitata nelle messe per i defunti. Sì, è stata recitata (e pregata), in modo che qualcuno di voi l'abbia ascoltata in qualche Messa funebre celebrata secondo il Messale di Paolo VI? L'ho sentita solo una volta, precisamente in una Messa da Requiem celebrata secondo il rito tradizionale, cantata in gregoriano qui a più voci dal coro tra il tratto e il Vangelo.
Vediamo cosa dice il testo di questa sequenza, della sua storia, quando è stata recitata e perché non viene più cantata dove si era soliti, e se in qualche modo è sopravvissuta alla riforma liturgica postconciliare.
Vale la pena riprodurre il testo integrale, per la sua bellezza e forza:

Dies iræ, dies illa
solvet sæclum in favílla,
teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
quando iudex est ventúrus
cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
per sepúlcra regiónum,
coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
cum resúrget creatúra
iudicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
in quo totum continétur
unde mundus iudicétur.

Iudex ergo cum sedébit,
quicquid latet apparébit;
nil inúltum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus,
quem patrónum rogatúrus,
cum vix iustus sit secúrus?

Rex treméndæ maiestátis,
qui salvándos salvas gratis,
salva me, fons pietátis.

Recordáre, Iesu pie,
quod sum causa tuæ viæ,
ne me perdas illa die.

Quærens me sedísti lassus,
redemísti crucem passus;
tantus labor non sit cassus.

Iuste iudex ultiónis,
donum fac remissiónis
ante diem ratiónis.

Ingemísco tamquam reus,
culpa rubet vultus meus;
supplicánti parce, Deus.

Qui Mariam absolvísti
et latrónem exaudísti,
mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ,
sed tu, bonus, fac benígne
ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta
et ab hædis me sequéstra,
státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
flammis ácribus addíctis,
voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
cor contrítum quasi cinis,
gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
qua resúrget ex favílla
iudicándus homo reus:
huic ergo parce, Deus.

Pie Iesu, Domine,
done eis requiem.
Amen.
Giorno d'ira quel giorno,
il mondo diverrà cenere,
[come] testimone è Davide con la Sibilla.

Quanto spavento ci sarà,
quando verrà il Giudice
a discutere ogni cosa con rigore.

La tromba che diffonde un meraviglioso squillo
attraverso tutte le tombe
raccoglie tutti dinanzi al trono.

Si stupirà la Morte così anche la Natura
quando ogni uomo risorgerà
per presentarsi in giudizio dinanzi al Giudice.

Verrà presentato il libro
nel quale è contenuta ogni cosa
donde il mondo verrà giudicato.

Quando dunque il Giudice si assiderà
ogni cosa che è celata sarà svelata;
nulla rimarrà impunito.

In quel momento che dirò -- [me] misero-,
quale difensore inviterò [in mia difesa],
quando a stento è salvo il giusto?

O re di terribile maestà,
che per tuo dono salvi coloro che vanno salvati,
salva me, fonte d'amore.

O amorevole Gesù, ricorda
che sono la ragione della tua via [dolorosa],
fa' che in quel giorno non mi perda.

Stanco ti sei seduto per cercarmi,
mi hai salvato patendo la croce;
che una tale sofferenza non sia vana.

O Giudice giusto nel punire,
fammi dono del perdono,
prima del giorno del giudizio.

Tremo, come un imputato,
la colpa rende il mio viso rosso;
o Dio, perdona chi ti supplica.

Tu che hai perdonato Maria Maddalena
e hai esaudito il buon ladrone,
hai dato speranza anche a me.

Le mie preghiere non sono degne,
ma tu, buono, concedi benevolmente
che io non bruci nel fuoco eterno.

Assicurami un posto fra le pecore,
e separami dai capri,
ponendomi nella parte destra.

Condannati i maledetti,
destinati alle aspre fiamme,
chiama me con i benedetti.

Ti prego supplice e prostrato,
[il mio] cuore è contrito, quasi cenere,
prenditi cura della mia fine.

[Sarà giorno] di pianto quel giorno,
nel quale risorgerà dalla cenere
il peccatore per essere giudicato.
Perdonalo, dunque, o Dio.

O pietoso Signore Gesù,
dona a loro la pace.
Amen

Prima della riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II, la Messa per i defunti, detta anche Requiem (termine che in latino significa riposo, per la prima parola del suo introito: "Requiem aeternam dona eis Domine"), faceva parte della liturgia fin dai primi tempi. Esistono prove della sua celebrazione già nel II secolo, anche se potrebbe benissimo esserci già prima. I testi e le loro diverse parti potevano variare da una diocesi o anche da una chiesa all'altra. Al Concilio di Trento ne furono stabilite le parti e i testi: il messale di Papa Pio V prescriveva le sezioni ordinarie e proprie come segue: – Introito: Requiem aeternam – Kyrie: Proprio della messa per i defunti – Graduale: Requiem aeternam – Tratto: Assolvere Domine – Sequenza: Dies irae – Offertorio: Domine Iesu Christe – Sanctus: Proprio della messa per i defunti – Agnus Dei: Proprio della messa per i defunti – Comunione: Lux aeterna. In precedenza, almeno fino al IX secolo, vi era incluso l'Alleluia; la sequenza Dies irae, invece, non fece parte della messa fino al XIV secolo: la sua composizione è attribuita al frate minore della prima metà del XIII secolo, Tommaso da Celano, che fu anche uno dei primi biografi di San Francesco d'Assisi.

Ma la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II ha eliminato la sequenza Dies irae e l'ha spostata alla fine dell'anno liturgico come inno della settimana precedente la prima domenica di Avvento. La riforma introdusse anche, ancora, l'Alleluia e sostituì, nell'Agnus Dei, la frase “dona eis requiem” con “miserere nobis” e “dona eis requiem sempiternam” con “dona nobis pacem”. Siamo (sorpresa!) di fronte a un nuovo caso di perdita di un elemento secolare della Messa con la riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II. Il famigerato Annibale Bugnini, segretario della commissione che lavorò alla riforma della liturgia dopo il Concilio Vaticano II e suo vero artefice, così spiegò il ragionamento dei riformatori nella sua opera “La Riforma della Liturgia”: «Essi si sbarazzarono dei testi che sapevano di una spiritualità negativa ereditata dal Medioevo. Eliminarono così testi familiari e perfino amati come Libera me, DomineDies irae e altri che enfatizzavano eccessivamente il giudizio, la paura e la disperazione. Li hanno sostituiti con testi che sollecitano la speranza cristiana e danno espressione più efficace alla fede nella risurrezione».

L’idea che i testi in questione “enfatizzino eccessivamente” la “disperazione” è una descrizione grossolana. I testi dell'antica Messa per i defunti parlano della misericordia di Dio e del dono della salvezza, nel contesto della colpa umana e della giustizia di Dio, effondendo il conforto e la speranza autenticamente cristiani. Lo possiamo leggere nel testo della sequenza stessa. Peter Kwasniewski, che nella seconda delle tre parti del documentario Mass of the Ages spiega perplesso come mai nella storia si sia assistito ad una revisione così esaustiva riga per riga dei riti liturgici al fine di eliminarli o “adattarli”, in un articolo sul portale del New Liturgical Movement si compiaceva che uno dei risultati del Summorum Pontificum, con la celebrazione delle Messe da Requiem vetus ordo, sia stato il riconoscimento sempre più diffuso che qualcosa è andato drasticamente storto nel modo in cui i cattolici affrontano la preghiera per i defunti.

Il Dies Irae, come il resto dei canti della Messa per i defunti tradizionale, comprende alcuni dei canti più antichi, solenni e commoventi della Chiesa. Essi esprimono la serietà e la gravità della morte e desiderano la misericordia di Dio per coloro che sono morti. Per molti è stato scioccante che il Dies Irae e altri canti siano stati eliminati dalla Messa per i defunti nella riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II. Tra questi, e come triste aneddoto (cito la fonte per chi pensa che si tratti di leggende metropolitane come quella della cerimonia di Paolo VI), il celebre vaticanista Sandro Magister spiega come il 3 giugno 1971, dopo la messa commemorativa della morte di Giovanni XXIII, il papa ha commentato: «Come è possibile che nella liturgia dei morti non si parli più di peccato e di espiazione? Manca totalmente l'implorazione della misericordia del Signore. Anche questa mattina, per la messa celebrata nelle Grotte, nonostante avessero dei testi molto belli, mancava il senso del peccato e il senso della misericordia. Ma di questo abbiamo bisogno! E quando arriverà la mia ultima ora, chiedi misericordia al Signore per me, perché ne ho bisogno! E nel 1975, dopo un'altra messa in memoria di Giovanni XXIII: "Certamente in questa liturgia mancano i grandi temi della morte, del giudizio..." . Magister precisa inoltre che, senza che il riferimento sia esplicito, «Paolo VI lamentava, tra l'altro, l'esclusione dalla liturgia dei defunti della grandiosa sequenza Dies irae che, infatti, non viene recitata né cantata in epoca moderna» nelle messe, ed è sopravvissuta solo nei concerti, con musiche di Mozart, Verdi e altri compositori.

La presenza del Dies Irae nella messa da requiem non è una questione del passato o del presente, ma in definitiva della dottrina cattolica. Non è nemmeno una questione di estetica, di magnificenza del canto polifonico o di stili musicali barocchi, classici o romantici. Restando fedeli al testo, non si può dire che manchi di richiami alla misericordia di Dio; Ma è verissimo che fa riferimento al giudizio finale, alla terribile maestà di Dio e alla responsabilità. Temi che brillano per la loro assenza nelle nuove messe funebri, ma che sono il momento opportuno per ricordare a chi partecipa a un funerale che ci sarà un giudizio; uno personale e uno finale, e che dovremo tutti rendere conto a Gesù Cristo. Ecco, ci sarà chi penserà che di questo si “parla” già in tutte le messe e solennità domenicali, quando si prega il Credo, quando si dice che Gesù Cristo verrà a giudicare i vivi e i morti. Ed è vero. Ma chissà perché, dico, la Chiesa ha stabilito che il Dies Irae venga cantato anche nelle messe da Requiem, ricordando che esiste per tutti un destino eterno, sia di salvezza che di dannazione.

È vero che non tutte le Messe funebri secondo il Messale di Paolo VI sono uguali (questo è uno dei grandi problemi di questo Messale); nella Messa Novus Ordo, il tono e la predicazione di ciascuna Messa funebre dipendono dal sacerdote e dai fedeli presenti. Il sacerdote può scegliere di mandare direttamente il defunto in cielo oppure parlare del purgatorio e della speranza cristiana nella vita eterna (come se fosse sempre beata); e i fedeli, se hanno una formazione cattolica conservatrice, possono ascoltare l’insegnamento cattolico sul purgatorio oppure possono, se si trovano in ambienti progressisti o rurali tipo quelli che tutti conosciamo, rifiutarlo e scandalizzarsi che si parli non solo sull'inferno, ma anche sul purgatorio. Siamo realisti: potete immaginare questo testo recitato o cantato nelle vostre parrocchie, con i fedeli che ne comprendono il significato? Cosa direbbero del “fuoco eterno” e delle “terribili fiamme”? Come penseranno di doversi inginocchiare “pentiti e con cuore contrito” davanti a Gesù Cristo Giudice, quando l’opinione personale dello stesso Santo Padre è che l’inferno è vuoto e quando la gerarchia cattolica parla solo della misericordia di Dio, ma non della sua Giustizia?

Per il dottor Kwasniewski il rito latino tradizionale e il rito secondo il Messale di Paolo VI rappresentano due offerte per i defunti radicalmente diverse: l'una, che prendeva la morte con mortale serietà, che si preoccupava della sorte dell'anima del defunto e l'altra ci permetteva di soffrire; l'altra, il novus ordo, che lasciava da parte la morte con banalità e promesse vuote. Il contrasto tra i paramenti neri del venerdì, il Dies irae e i suffragi sussurrati, e la casula bianca con tanto di stola del sabato e i sentimenti amplificati di buona volontà universale sembravano incarnare l'abisso che separa la fede dei santi dal modernismo prematuramente invecchiato. Notevole la riflessione finale di Kwasniewski sull'argomento qui: «Mi sono ritrovato a pensare: il più grande miracolo dei nostri tempi è che la fede cattolica è sopravvissuta alla riforma liturgica ». Al che aggiungerei che è anche un miracolo che la liturgia tradizionale sia sopravvissuta a tanti tentativi di proibirla, di distruggerla.

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Roma 30 settembre, Angelicum: Convegno “Permanere nella verità di Cristo”

È anche dalla notizia e in vista di questo evento che Paolo Pasqualucci ha preso le mosse per il suo articolo : Chi ha detto che nel recente motu proprio di Papa Bergoglio sul matrimonio non ci sia una modifica della dottrina della Chiesa? [qui].

Clicca sull'immagine per ingrandire
Permanere nella verità di Cristo” è il titolo del convegno internazionale che si svolgerà a Roma il 30 settembre, in preparazione del Sinodo ordinario sulla famiglia. A promuoverlo sono La nuova Bussola Quotidiana, il mensile Il Timone, la rivista francese L’Homme Nouveau, la testata online spagnola Infovaticana e il centro di riflessione antropologica Dignitatis Humanae Institute.
C'è anche la nostra piena adesione.

È un contributo in preparazione del Sinodo ordinario (che si aprirà quattro giorni dopo), con la riproposizione chiara e integrale della tradizione cattolica sui problemi della vita, della famiglia e dell’educazione.

Per questo sul palco dei relatori vi saranno il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, il cardinale Raymond Leo Burke, "Cardinalis Patronus" del Sovrano Ordine di Malta, monsignor Cyril Vasil’, segretario della Congregazione per le Chiese orientali, il professor Stephan Kampowski, docente all’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia presso l’Università Lateranense.

Il convegno si svolgerà nel pomeriggio presso l’Istituto Angelicum di Roma, il cui rettore padre Miroslav Adam farà gli onori di casa aprendo il convegno.

Nell’occasione sarà presentato un appello ai padri sinodali, per il quale stanno arrivando in questi giorni le adesioni di cardinali, vescovi, sacerdoti e laici. Inutile dire che si tratta di un appuntamento importante, per affrontare da un punto di vista della continuità con l’insegnamento della Chiesa i principali punti controversi in discussione. Ulteriori dettagli seguiranno nei prossimi giorni.

domenica 2 marzo 2025

Indice articoli sulle variazioni al Pater noster / Alcune note

Indice articoli sulle variazioni al Pater noster
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Alcune note 

Il Pater noster è una preghiera così misteriosamente semplice, sublime, completa. È alla portata intellettuale di tutti, ma supera l'intelligenza di tutti, tanto che sono insondabili le sue abissali profondità. Abbraccia, nella sua concisione, l'universo: è preghiera dell'uomo che dà voce al creato, al cosmo, alla storia dell'uomo-con-Dio.

Essa è intessuta di realtà bibliche (i"cieli"; il "regno"; la "volontà" di Dio; il "pane"; i "debiti"; la "tentazione"; il "male"…), ma ne esce, le supera. Non ci rivolgiamo a "Colui che è", all'"Onnipotente", all'"Altissimo", ma al "Padre", che è la fonte della vita, il Dio di tutti gli esseri viventi. ...È Padre, ma è anche Uno, è "Colui che è", è l'"Altissimo", l'"Onnipotente". È Tutto: ma soprattutto è nostro Padre, in quanto Padre del Signore nostro Gesù Cristo; infatti quel nostro presuppone e parte da Cristo Signore, se Lo accogliamo e in Lui "rimaniamo". Non può prescindere da Lui.

Il testo del "Padre nostro" ci è giunto in greco (vedi qui, oltre alla versione greca, quella ebraica, aramaica, della Vulgata): quindi, oltre e conoscerne le risonanze ebraiche ed aramaiche, che ci veicolano tutta la ricchezza e lo spessore della tradizione che ha nutrito la spiritualità di Gesù, bisogna ricorrere anche al greco per una sua giusta lettura.
L'osservazione più immediata in questa lettura è che le richieste del "Padre nostro" sono tutte all'imperativo ("Sia santificato"; "venga"; "sia fatta"; "dacci oggi"; "rimetti"; "non ci indurre"; "liberaci").

Dobbiamo osservare che la lingua greca usa oltre all''imperativo anche il modo "ottativo", che indica l'espressione di un desiderio; l'imperativo, invece indica un comando. Ebbene il testo greco del "Padre nostro" ha nelle forme verbali l'imperativo, non l'ottativo. Dunque chi ce ne ha tramandato il testo ha colto senz'altro in modo inequivocabile il pensiero di Cristo. La forma imperativa, dunque, viene da Cristo. Nel "Padre nostro" è Dio che prega in noi. Lo Spirito Santo grida in noi con gemiti inesprimibili "Abbà!"; "Padre!". È Dio che ci "comanda" che cosa dobbiamo chiedergli come figli; e i figli "pretendono" ciò che è loro necessario da chi li ha generati.

Il pane che ci viene fatto chiedere non è certamente il solo pane materiale, ma il pane "quotidiano", quello di cui abbiamo bisogno ogni giorno per vivere, il pane "sopra-sostanziale" (così traducevano i Padri della Chiesa), quello che nutre non solo il corpo, ma lo spirito, il pane "necessario", quello di cui Gesù ha detto "Chi mangia di questo pane vivrà in eterno"; è il pane che si identifica con Cristo stesso (Parola ed Eucaristia): "Io sono il Pane vivo disceso dal cielo".

Non dimentichiamo che, attraverso il Vangelo, il Pater ci è stato consegnato dal Suo Figlio, il Diletto... nel quale anche noi diveniamo Figli.
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano" recita la ben nota preghiera sia nella versione di Mt:6 che di Lc:11
Ma c'è da chiedersi perché gli Evangelisti non hanno utilizzato "ephemeron" o "kathemerinon" per esprimere "quotidiano"? Che cosa indica realmente "epioúsion"?

Chiunque legge il testo greco sa che il termine è ἐπιούσιον "epioúsion", letteralmente significa "sopra-sostanziale" (Etimologicamente, epi- significa "sopra" e -ousios da ousia = "sostanza" o "essere"). Pane sovrasostanziale: prim'ancora che pane più che necessario, come in molte sottolineature, pane soprannaturale, il pane vivo che viene dal cielo... il corpo divino-umano del Signore! Perché il Padre possa riconoscere in noi  e compiacersene  l'immagine del Figlio diletto che ha pensato per ognuno di noi e che ci ha impressa come sigillo nel Battesimo, abbiamo bisogno di chiedergliela e di riceverla ogni giorno, per tenerla viva e vivificante non solo per noi, e non oscurarla.

L'interpretazione di questo vocabolo assolutamente insolito e di cui non si trovano che sparute tracce nella letteratura greca è sempre stata al centro di molte discussioni.

La Vulgata di San Girolamo lo rende con supersubstantialem nella versione matteana e quotidianum nella recensione lucana. Origene afferma che il termine era rarissimo e non usato né da colti né dalla plebe (De oration., 27,7). Il fatto è che
  • quotidiano il pane di oggi fa pensare alla manna, il pane necessario che il Signore dispensava ogni giorno nel deserto durante l'Esodo in vista del Sinai e che andava raccolta secondo la necessità propria e della famiglia e consumata senza lasciarne per il domani, altrimenti sarebbe imputridita.
Ed è la sottolineatura della necessità costante e ripetitiva del nutrimento (non solo materiale ma anche spirituale) che ci attendiamo dal Padre. Infatti:
  • epioúsion, il pane supersubstantialem, appunto per noi oggi e fino alla fine dei tempi, il pane vivo che viene dal cielo... il corpo divino-umano del Signore!