sabato 1 febbraio 2025

Convegno sul Vaticano II. Mons. Athanasius Schneider, Il primato del culto di Dio come fondamento di ogni vera teologia pastorale

Proseguiamo nell'analisi delle relazioni del Convegno di Roma sul concilio. Quella ora proposta è di Mons. Shneider, che è stata in questi giorni ripresa con ampio risalto anche da Sandro Magister , che la connota come "la richiesta di un nuovo Sillabo per il XXI secolo.

In effetti, Mons. Athanasius Schneider, dopo un lungo e articolato excursus di taglio teologico pastorale sulle "luci del Concilio" - che si collocano in quel livello, citato da Mons. Gherardini, nel quale il concilio riprende le verità già definite - ha affermato che la 'rottura' si manifesta nella svolta antropocentrica e nel campo Liturgico, mentre nella Sacrosantum Concilium non ce n'è traccia, ed è individuabile nel chiasso ermeneutico delle applicazioni contrastanti e nei gruppi eterodossi. In conclusione, egli ha invocato un "sillabo" con valore dottrinale, con completamenti e correzioni autorevoli in campo liturgico e pastorale. Ma, prima di questo, tutta la sua trattazione è una sintesi mirabile e magistrale della missione e della realtà della Chiesa, operata riprendendo e tracciando il filo conduttore fornito dai testi selezionati del Concilio stesso e dei pronunciamenti dei Papi, seguendone il filo aureo attraverso citazioni puntuali e rivelative; il che non toglie valore alla invocazione conclusiva, evidentemente mossa dagli effetti, ormai sotto gli occhi di tutti, delle applicazioni sconsiderate che hanno vanificato quel vero spirito che animava i papi del Concilio e certamente la pars maior et sanior dei Padri Conciliari.
Segue il testo della relazione:
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Proposte per una corretta lettura del Concilio Vaticano II.
Athanasius Schneider, Il primato del culto di Dio come fondamento di ogni vera teologia pastorale. Conferenza tenuta a Roma il 17 dicembre 2010. L'autore è vescovo ausiliare di Karaganda.

I. Il fondamento teologico della teologia pastorale

Per parlare correttamente della teoria e della prassi pastorale è necessario prima essere consapevole del loro fondamento e del loro scopo teologico. Lo scopo della Chiesa è lo stesso scopo dell’Incarnazione: “propter nostram salutem”. Così la fede e la preghiera della Chiesa s’esprime: “Qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de caelis et incarnatus est et homo factus est”. Questa salvezza significa la salvezza dell’anima per la vita eterna. In ciò consiste anche la finalità di tutto l’ordinamento giuridico e pastorale della Chiesa, come ci dice l’ultimo canone del Codice del Diritto Canonico: “prae oculis habita salute animarum, quae in Ecclesia suprema semper lex esse debet” (can. 1752).

Il contenuto della salvezza dell’anima umana consiste nella santità, nel rinnovo e anzi nella perfezione dell’originaria dignità umana in Cristo. Dio ha creato l’uomo secondo Sua immagine e Sua somiglianza (cfr. Gen 1, 26) e quest’opera è mirabile, come dice la Chiesa nella liturgia: “Deus, qui humanae substantiae dignitatem mirabiliter condidisti”. Ma ancora più mirabile è il rinnovo e il perfezionamento di questa immagine avvenuto per l’opera della redenzione: “mirabilius reformasti”. Il rinnovo, la perfezione nuova, la santità consiste nell’inimmaginabile grazia della partecipazione dell’uomo alla natura Divina stessa: “Divinitatis esse consortes”. Questa partecipazione alla natura divina significa essere figli addottivi di Dio, essere figli nell’Unico Figlio, Gesù Cristo.

Gesù Cristo, l’unico Figlio di Dio secondo la natura, si è fatto per Sua vera Incarnazione il primogenito tra molti fratelli: “primogenitus in multis fratribus” (Rm 8, 29). Per mezzo del Suo sacrificio redentore Cristo offre all’uomo la grazia della vita Divina. La stessa vita Divina nel mistero della Santissima Trinità è presente nell’umanità del Figlio di Dio: “in Ipso inhabitat omnis plenitudo divinitatis corporaliter”, in Lui tutta la divinità abita corporalmente (Col 2, 9). Cristo incarnato è pieno di grazia e di verità (cfr. Gv 1, 14). Lo Spirito Santo distribuisce da questa fonte di vita Divina per mezzo della Chiesa, che è il Corpo Mistico di Cristo, nella liturgia dei sacramenti, la grazia della filiazione Divina e tutte le altre grazie di santità necessarie. Così si può meglio capire ciò che ha insegnato il Concilio Vaticano II: “Liturgia est culmen ad quod actio Ecclesiae tendit et simul fons unde omnis eius virtus emanat” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). “La liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore” (Sacrosanctum Concilium, n. 10).

II. Un vademecum pastorale del Concilio Vaticano II

Nel contesto del discorso circa il primato del culto e dell’adorazione che si devono rendere a Dio, il Concilio ci presenta nella Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium una solida sintesi di una sana e teologicamente valida teologia pastorale, una sorta di vademecum pastorale con le seguenti sette caratteristiche: “la Chiesa annunzia il messaggio della salvezza a coloro che ancora non credono, affinché tutti gli uomini conoscano l'unico vero Dio e il suo inviato, Gesù Cristo, e cambino la loro condotta facendo penitenza [cfr. Gv 17, 3; Lc 24, 17; At 2, 38]. Ai credenti poi essa ha sempre il dovere di predicare la fede e la penitenza; deve inoltre disporli ai sacramenti, insegnar loro ad osservare tutto ciò che Cristo ha comandato [cfr. Mt 28, 20], ed incitarli a tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato, per manifestare attraverso queste opere che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini” (ibid., 9).

Da questa breve sintesi fornitaci dal Concilio possiamo stabilire le seguenti sette note essenziali di teoria e prassi pastorale.
  1. Il dovere di annunciare il Vangelo a tutti i non credenti (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    Tale annuncio deve essere esplicito, cioè la fede in Gesù Cristo alla quale si arriva per mezzo della grazia della conversione e della penitenza. Quindi non vi è spazio per una teoria e una prassi di cosiddetto “cristianesimo anonimo”; non c’è nessuna ammissione di vie di salvezza alternative alla via di Cristo: Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini. Questo è ciò che il Concilio insegna nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, dicendo: “questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza” (n. 14). Al punto n. 8 di questa stessa costituzione dogmatica, il Concilio dice: “Unicus Mediator Christus” (cfr. anche ibid., n. 28). Gli uomini salvati nell’eternità lo sono per l’accettazione nella loro vita terrena dei meriti dell’unico Mediatore Gesù Cristo (cfr. ibid., n. 49). Il Concilio Vaticano II istruisce riportando la seguente citazione del Concilio Tridentino: “per Filium eius Iesum Christum, Dominum nostrum, qui solus noster Redemptor et Salvator est” (ibid., n. 50). Nella Dichiarazione sulla libertà religiosa il Concilio insegna che ogni uomo è redento da Cristo Salvatore ed è chiamato alla filiazione Divina che può ricevere soltanto per mezzo della grazia della fede (cfr. Dignitatis humanae, n. 10).

    Papa Paolo VI nel suo discorso per l’apertura della seconda sessione del Concilio nell’anno 1963 così insegnava: “Gesù Cristo è l’unico e il sommo Maestro e Pastore, e l’unico Mediatore fra Dio e gli uomini” (Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II. Constitutiones, Decreta, Declarationes, Città del Vaticano 1966, p. 905). Lo stesso Papa ripeteva al Concilio l’anno seguente: “Gesù Cristo è l’unico Mediatore e Redentore” (ibd., p. 989). L’insegnamento del Concilio così prosegue: “E poiché chi non crede è già condannato, è evidente che le parole di Cristo sono insieme parole di condanna e di grazia, di morte e di vita” (Ad gentes, n. 8). L’attività missionaria è un sacro dovere della Chiesa, poiché è la volontà di Dio stesso che ribadisce la necessità della fede in Cristo e del battesimo per la salvezza eterna (cf. ibid., n. 7).

  2. Il dovere di predicare ai fedeli la fede (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    Il compito primario della Chiesa consiste nel preoccuparsi che la fede dei fedeli cresca e sia protetta dal pericolo dell’errore: ciò significa quindi prendersi cura della purezza, della completezza e della vitalità della fede. Già nel discorso per l’apertura del Concilio Vaticano II il Beato Papa Giovanni XXIII dichiarava inequivocabilmente, in un modo ancora più efficace, come il principale dovere del Concilio fosse la protezione e la promozione della dottrina della fede: “ut sacrum christianae doctrinae depositum efficaciore ratione custodiatur atque proponatur” (loc. cit., p. 861). Il Beato Pontefice prosegue sostenendo come, nell’esercizio di questo suo dovere nel nostro tempo, la Chiesa non debba mai distogliere i propri occhi dal sacro patrimonio della verità, ricevuto dalla Tradizione. Il Concilio deve trasmettere la dottrina cattolica integra, senza diminuirla e senza distorcerla: “integram, non imminutam, non detortam tradere vult doctrinam catholicam”. Papa Giovanni molto realisticamente osserva come ciò non sia a tutti gradito. E’ quindi necessario, dice il Papa, che l’intera dottrina cristiana sia accolta nei nostri giorni da parte di tutti, e ciò senza tralasciare alcuna sua parte: “oportet ut universa doctrina christiana, nulla parte inde detracta, his temporibus nostris ob omnibus accipiatur” (ibd., 864).

    Nell’accettare e promuovere l’intera dottrina della fede deve essere seguito un modo accurato quanto alla forma e ai concetti, e ciò sull’esempio del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano I, secondo quanto ribadisce Papa Giovanni XXIII. Nella Dichiarazione sulla libertà religiosa il Concilio ammonisce i fedeli perché “s'adoperino a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e con fortezza apostolica, fino all'effusione del sangue” (Dignitatis humanae, n. 14). Inoltre essi hanno “il dovere grave di conoscere pienamente la verità rivelata, di annunciarla fedelmente e di difenderla con fierezza” (ibd.). Nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, il Concilio esorta: “Amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva” (n. 28). Papa Paolo VI nel discorso per l’apertura della seconda sessione del Concilio Vaticano II affermava: “Il fondamento del rinnovamento della Chiesa deve essere uno studio più impegnativo ed una promozione più ricca della verità Divina” (cfr. loc. cit., p. 913).

    Nel Decreto sull’apostolato dei fedeli laici il Concilio si esprime in questi termini: “In questo nostro tempo si diffondono gravissimi errori che cercano di abbattere dalle fondamenta la religione, l'ordine morale e la stessa società umana” (Apostolicam actuositatem, n. 6). Nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes il Concilio costatava come già a quel tempo si divulgassero gravi errori morali ed esortava tutti i cristiani a difendere e promuovere la dignità naturale e l'altissimo valore sacro dello stato matrimoniale (cfr. n. 47). Il Concilio nello stesso documento riprova i costumi immorali in relazione al matrimonio e alla virtù della castità, dicendo che la dignità del matrimonio e della famiglia “è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare” (ibid.). Il Concilio dà un insegnamento inequivocabile sulla castità matrimoniale: “I figli della Chiesa nel regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina (cfr. Pio XI, Casti Connubii). Del resto, tutti sappiamo che la vita dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati agli orizzonti di questo mondo e non vi trovano né la loro piena dimensione, né il loro pieno senso, ma riguardano il destino eterno degli uomini” (ibid., n. 51).

    Nel Decreto sull’attività missionaria il Concilio esorta perché sia esclusa ogni forma di indifferentismo, di sincretismo, di confusionismo (Ad Gentes, n. 15). Nella costituzione Gaudium et Spes il Concilio rigetta un umanesimo puramente terrestre e antireligioso (cfr. n. 56). Lo stesso documento conciliare parla di un umanesimo ateista che non soltanto minaccia la fede, ma persino esercita un’influenza negativa e globalizzante su tutte le sfere della vita sociale: “Moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla religione. A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne praticamente a meno, non è più un fatto insolito e individuale. Oggi infatti non raramente un tale comportamento viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo. Tutto questo in molti paesi non si manifesta solo a livello filosofico, ma invade in misura notevolissima il campo delle lettere, delle arti, dell'interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi la stessa legislazione: di qui il disorientamento di molti” (ibid., n. 7).

    Papa Paolo VI nella sua omelia in occasione dell’ultima sessione pubblica del Concilio Vaticano II afferma che il Concilio propone agli uomini del nostro tempo una dottrina teocentrica e teologica sulla natura umana e sul mondo (cfr. loc. cit., pp. 1064-1065). Nell’omelia tenuta nella settima sessione pubblica del Concilio Vaticano II, il 28 ottobre 1965, Papa Paolo VI spiega che, nonostante la generale indole pastorale del Concilio, esso intende proporre la perenne ed autentica dottrina della Chiesa, escludendo il relativismo dottrinale; il Concilio compie un’opera “che non storicizza, non relativizza alle metamorfosi della cultura profana la natura della Chiesa sempre eguale e fedele a se stessa, quale Cristo la volle e la autentica tradizione la perfezionò, ma la rende meglio idonea a svolgere nelle rinnovate condizioni dell’umana società la sua benefica missione” (loc. cit., pp. 1039-1040).

    Nel discorso tenuto il medesimo anno 1965, in occasione dell’ottava sessione pubblica del Concilio, Papa Paolo VI critica il comportamento di coloro i quali interpretano scorrettamente e abusivamente l’intenzione del Beato Papa Giovanni XXIII circa l’adattamento pastorale della Chiesa alle nuove necessità del nostro tempo (“l’aggiornamento”). Inoltre il Papa propone lo spirito del Concilio a questo riguardo e mette tutti in guardia contro il relativismo dottrinale e giuridico, affermando che Papa Giovanni XXIII “a questa programmatica parola non voleva certamente attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di «relativizzare» secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa, dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera. Aggiornamento vorrà dire d’ora innanzi per noi penetrazione sapiente dello spirito del celebrato Concilio e applicazione fedele delle sue norme, felicemente e santamente emanate” (loc. cit., pp. 1053-1054). Nel testo originale latino Paolo VI non usa la parola “aggiornamento”, ma la parola “accomodatio”. La famosa espressione “aggiornamento” del Beato Giovanni XXIII è divenuta ormai leggendaria. Nella sua intenzione originale questa espressione non ha nulla a che vedere con un relativismo dottrinale, giuridico o liturgico.

    Il nuovo e benevolo atteggiamento pastorale di paziente comprensione e di dialogo con la società fuori della Chiesa, non comporta un relativismo dottrinale. Papa Paolo VI difende il Concilio da una tale possibile accusa nella citata omelia durante la settima sessione pubblica: “Questo atteggiamento... è stato fortemente e continuamente operante nel Concilio, fino al punto da suggerire ad alcuni il sospetto che un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore, alla storia fuggente, alla moda culturale, ai bisogni contingenti, al pensiero altrui, abbia dominato persone ed atti del Sinodo ecumenico, a scapito della fedeltà dovuta alla tradizione e a danno dell’orientamento religioso del Concilio medesimo. Noi non crediamo che questo malanno si debba ad esso imputare nelle sue vere e profonde intenzioni e nelle sue autentiche manifestazioni” (loc. cit., p. 1067). Paolo VI difende qui soltanto le vere e profonde intenzioni e le autentiche manifestazioni del Concilio, non entrando nel merito delle persone.

    Il Concilio rigetta espressamente ogni tipo di sincretismo religioso nell’attività missionaria ed esige che le tradizioni particolari dei popoli vengano illuminate dalla luce del Vangelo, lasciando intatto il primato della cattedra di Pietro (cfr. Ad Gentes, n. 22).

  3. Il dovere di predicare ai fedeli la penitenza (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    Non si può parlare di una vera dottrina e prassi pastorale senza l’elemento essenziale della penitenza nella vita della Chiesa e dei fedeli. Ogni vero rinnovamento della Chiesa nella storia si effettuava con lo spirito e la prassi della penitenza cristiana. Nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium n. 8, si afferma che la Chiesa deve avanzare continuamente sul cammino della penitenza e del rinnovamento. Poi si dice che i fedeli devono vincere in se stessi il regno del peccato con l'abnegazione di sé e con la vita santa (cfr. ibid., n. 36). Nell’attività missionaria i figli della Chiesa non devono arrossire dello scandalo della croce (cfr. Ad Gentes, n. 24).

    Si può capire meglio il vero spirito di questi insegnamenti conciliari circa la necessità della penitenza se si considera il fatto che, in vista dell’imminente apertura del Concilio, il Beato Papa Giovanni XXIII il 1 luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue, dedicò una propria Enciclica sulla necessità della penitenza dal titolo “Paenitentiam agere”. Si trattava di un pressante invito al mondo cattolico ed un’esortazione ad una più intensa preghiera ed ad una penitenza propiziatrice di Grazie sul concilio imminente. Il Papa indicava il pensiero e la prassi della Chiesa come pure l’esempio dei precedenti concili, ribadendo la necessità della penitenza interna ed esterna come cooperazione alla divina redenzione. Concretamente Papa Giovanni XXIII raccomandava nelle singole diocesi una funzione penitenziale propiziatoria, spiegando come “con le opere di misericordia e di penitenza tutti i fedeli cerchino di propiziare Dio onnipotente e di implorare da lui quel vero rinnovamento dello spirito cristiano, che è uno degli scopi precipui del concilio” (n. II, 2). Il Papa prosegue dicendo: “Infatti, giustamente osservava il Nostro predecessore Pio XI di venerata memoria: «La preghiera e la penitenza sono i due mezzi messi a disposizione da Dio nella nostra età per ricondurre ad Esso la misera umanità qua e là errante senza guida; sono essi che tolgono via e riparano la causa prima e principale di ogni sconvolgimento, cioè la ribellione dell'uomo a Dio» (Litt. enc. Caritate Christi compulsi)” (ibd.). Giovanni XXIII rivolgeva la seguente ardente esortazione ai vescovi: “Venerabili fratelli, adoperatevi senza indugio con ogni mezzo che è in vostro potere, affinché i cristiani affidati alle vostre cure purifichino il loro spirito con la penitenza e si accendano a maggior fervore di pietà” (n. II, 3).

    Lo spirito di penitenza e di espiazione deve sempre animare ogni vero rinnovamento della Chiesa, quale Papa Giovanni XXIII auspicava che venisse prodotto dal Concilio Vaticano II. Questo atteggiamento protegge la Chiesa dallo spirito di attivismo terreno. Così il Papa insegnava nella fine della sua enciclica: ”Tutto il popolo cristiano, in ossequio alla Nostra esortazione, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della Chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l'animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuranza dei loro doveri religiosi” (ibid.). Nelle seguenti parole si può cogliere quel vero spirito che animava il papa del Concilio e certamente la pars maior et sanior dei Padri Conciliari: “Bisogna che i cristiani reagiscano con la fortezza dei martiri e dei santi, che sempre hanno illustrato la chiesa cattolica. In tal modo tutti potranno contribuire, secondo il loro stato particolare, alla migliore riuscita del Concilio Ecumenico Vaticano II, che deve appunto portare a un rifiorimento della vita cristiana” (ibid., n. II, 2).

  4. Il dovere di disporre i fedeli ai sacramenti (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    Il Concilio nella costituzione dogmatica Lumen Gentium insegna che i sacramenti sono i mezzi principali per mezzo dei quali tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore alla perfezione della santità (cfr. n. 11). Il fine principale dei sacramenti consiste, secondo la Sacrosanctum Concilium n. 59, nella santificazione degli uomini, nell’edificazione del Corpo Mistico di Cristo e nel culto che si rende a Dio. Raramente durante la storia della Chiesa il Magistero supremo ha tanto insistito sull’importanza e sulla centralità della sacra liturgia, e particolarmente del Sacrificio Eucaristico, come ha invece fatto il Concilio Vaticano II. Il fatto che il primo documento del Concilio ad essere discusso ed approvato fosse dedicato alla liturgia, cioè al culto Divino, è significativo e manifesta questo chiaro messaggio del primato di Dio: Dio e il culto d’adorazione che la Chiesa rende a Lui, devono occupare il primo posto in tutta la vita e attività della Chiesa. La Sacrosanctum Concilium ci insegna: “Sacra Liturgia est precipue cultus divinae maiestatis” (n. 33), e per questo il culto della maestà divina deve essere il culmine di tutta l’attività della Chiesa: “Liturgia est culmen ad quod actio Ecclesiae tendit et simul fons unde omnis eius virus emanat” (n. 10).

    La sacra liturgia è primariamente e necessariamente la vera fonte dello spirito cristiano, dice il decreto sulla formazione sacerdotale (cfr. Optatam Totius, n. 16). La finalità di tutti i sacramenti si trova a sua volta nel mistero eucaristico, sostiene il Decreto sul ministero e la vita dei sacerdoti citando san Tommaso d’Aquino: “Eucharistia est omnium sacramentorum finis” (Summa theol. III, q. 73, a.3 c) e aggiunge: “In Sanctissima enim Eucharistia totum bonum spirituale Ecclesiae continetur” (cfr. S. Thomas, Summa theol., III, q. 65, a. 3, ad 1), (cfr. Presbyterorum Ordinis, n. 5). Dice ancora lo stesso documento che l’Eucaristia è la fonte e il culmine di tutta l’evangelizzazione, quindi a maggior ragione l’Eucaristia è la fonte ed il culmine di tutta la vita pastorale della Chiesa. Nella Sacrosanctum Concilium troviamo questa sintesi: “Particolarmente dall’Eucaristia deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia, quella santificazione degli uomini e quella glorificazione di Dio in Cristo, verso la quale convergono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa” (n. 10).

  5. Il dovere di insegnare ai fedeli tutti i comandamenti di Dio (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    Un altro elemento dell’attività pastorale è questo: “la Chiesa deve insegnare ai fedeli tutto ciò che Cristo ha comandato” (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9). I Pastori della Chiesa hanno quindi il dovere di insegnare le leggi ed i comandamenti Divini in tutta loro integrità. Nella Dichiarazione sulla libertà religiosa il Concilio afferma: “la legge divina, che è eterna, oggettiva e universale, è la norma suprema della vita umana e deve ordinare, dirigere e governare tutte le vie della comunità umana” (cf. Dignitatis Humanae, n. 3). La Costituzione pastorale Gaudium et Spes sostiene: “L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato” (cfr. n. 16). Lo stesso documento pastorale afferma: “i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia conforme alla legge divina stessa; e siano docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo” (cf. Gaudium et Spes, n. 50).

    Il Concilio prosegue affermando: “la dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo” (cfr. ibid., n. 43). Tale errore è divenuto ancora più manifesto negli ultimi anni in cui si osserva il fenomeno di persone che pur professandosi cattoliche, nello stesso tempo appoggiano leggi contrarie alle legge naturale e alla legge Divina e contraddicono apertamente il Magistero della Chiesa. Come risuonano attuali queste parole del Concilio: “Non si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra” (Gaudium et Spes, n. 43). La vita morale, domestica, professionale, scientifica, sociale deve essere guidata dalla fede e in tal modo ordinata alla gloria di Dio (cfr. ibd.). Costatiamo di nuovo in questi insegnamenti del Concilio l’importanza del primato della volontà di Dio e della Sua gloria nella vita di ogni fedele e di tutta la Chiesa. Il Concilio afferma questo non soltanto in un documento sulla liturgia, ma nel documento pastorale per eccellenza: la Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”.

  6. Il dovere di promuovere l’apostolato dei fedeli laici (cfr. Sacrosanctum Concilium, n.9)

    Un altro punto essenziale della vita pastorale è questo: “la Chiesa deve incitare i fedeli a tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato” (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9). In questo punto risiede il gran contributo storico del Concilio Vaticano II alla valorizzazione della dignità e del ruolo specifico dei fedeli laici nella vita e nell’attività della Chiesa. Si può dire che esso è uno sviluppo organico ed un coronamento del magistero di Papa Pio XI circa la questione dei fedeli laici. La Costituzione dogmatica Lumen Gentium ci presenta una formidabile sintesi sulla questione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo con un solido fondamento teologico ed una chiara indicazione pastorale, dicendo: “Inoltre i laici risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo. Per l'economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben distinguere tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che competono loro in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al comando di Dio. Nel nostro tempo è sommamente necessario che questa distinzione e questa armonia risplendano nel modo più chiaro possibile nella maniera di agire dei fedeli, affinché la missione della Chiesa possa più pienamente rispondere alle particolari condizioni del mondo moderno. Come infatti si deve riconoscere che la città terrena, legittimamente dedicata alle cure secolari, è retta da propri principi, così a ragione è rigettata l’infausta dottrina che pretende di costruire la società senza alcuna considerazione per la religione e impugna ed elimina la libertà religiosa dei cittadini” (n. 36).

    Qui il Concilio condanna il laicismo, senza utilizzare la parola, citando Leone XIII (Encicl. Immortale Dei, 1° nov. 1885: ASS 18 (1885), pp. 166ss. Idem, Encicl. Sapientiae Christianae, 10 genn. 1890: ASS 22 (1889-90), pp. 397ss. Pio XII, Disc. Alla vostra filiale, 23 marzo 1958: AAS 50 (1958), p. 220), diceva che: “la legittima sana laicità dello Stato è uno dei principi della dottrina cattolica” (ibid.). Il Papa continuava, dicendo: “la vita dei singoli, la vita delle famiglie, la vita delle grandi e piccole collettività, sarà alimentata dalla dottrina di Gesù Cristo, che è amore di Dio e, in Dio, amore del prossimo”. Questa dottrina trova negli elementi essenziali un’eco chiara sia nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa sia nella Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II.

    Sulla vocazione propria dei laici il Concilio dice: “è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium, n. 31). Nel decreto sull’apostolato dei laici il Concilio parla dell’idolatria delle cose temporali a causa di un'eccessiva fiducia nel progresso delle scienze naturali e della tecnica (cf. Apostolicam Actuositatem, n. 7). Il Concilio prosegue affermando che la vita matrimoniale e familiare è l'esercizio e la scuola per eccellenza dell’apostolato dei laici (Lumen Gentium, n. 35). Infatti, la vita matrimoniale e familiare è il luogo, dove la religione cristiana permea tutta l'organizzazione della vita e ogni giorno più la trasforma. La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Così, col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità (ibd.). Possiamo costatare oggi, come attuale è questa espressione del Concilio: la famiglia cristiana e cattolica è una viva accusa del mondo, accusando il mondo di peccato.

    La forma peculiare dell’apostolato dei laici consiste nella testimonianza della vita di fede, di speranza e di carità: si esclude quindi un apostolato di attivismo e di interessi terreni. Possiamo individuare nel decreto sui laici un breve vademecum dell’apostolo laico, dove il Concilio insegna che la forma interna dell’apostolo laico deve essere la conformazione al Cristo sofferente e che la finalità del suo apostolato è la salvezza eterna degli uomini nel mondo. Il Concilio dice: “Si ricordino tutti che, con il culto pubblico e la preghiera, con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui si conformano a Cristo sofferente (cfr. 2 Cor 4,10; Col 1,24), essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo” (Apostolicam Actuositatem, n. 16). Spesso l’apostolo laico a causa della sua fedeltà a Cristo, mette in pericolo persino la sua vita, dice il Concilio (cfr. ibd., n.17).

  7. Il dovere di promuovere la vocazione di tutti alla santità (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9)

    L’ultima nota essenziale dell’attività pastorale della Chiesa consiste nel promuovere la vocazione di tutti alla santità, dicendo che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, devono essere tuttavia la luce del mondo (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 9). Più specificamente il Concilio tratta questo tema nel capitolo quinto della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, nn. 39 – 42: “De universali vocatione ad sanctitatem in Ecclesia”. In ciò si può vedere il contributo veramente storico, più specifico e proprio del Concilio Vaticano II. La santità consiste in fondo nell’imitazione di Cristo, di Cristo povero e umile, di Cristo che porta la Croce, dice la Costituzione Lumen Gentium, n. 41. L’imitazione di Cristo attinge il suo culmine nel martirio, nella testimonianza coraggiosa di Cristo davanti agli uomini (cfr. ibid., n. 42). Il Concilio dice: “Tutti devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa” (ibid.).
III. L’autentica intenzione e finalità del Concilio Vaticano II

Per una corretta lettura dei testi del Concilio Vaticano II bisogna tener conto anche della caratteristica specifica del tempo in cui esso si è svolto. Nell’omelia di Papa Paolo VI, durante l’ultima congregazione generale del Concilio Vaticano II il 7 dicembre 1965, il Pontefice dà la seguente descrizione del periodo storico in cui si celebrava il Concilio Vaticano II: “Il tempo in cui esso si è compiuto, un tempo che ognuno riconosce come rivolto alla conquista del regno della terra piuttosto che al regno dei cieli, un tempo in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale e sembra, a torto, suggerita dal progresso scientifico, un tempo in cui l’atto fondamentale della personalità umana, resa più cosciente di sé e della sua libertà, tende a pronunciarsi per la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente, un tempo in cui il laicismo sembra la conseguenza legittima del pensiero moderno e la saggezza ultima dell’ordinamento temporale della società, un tempo, inoltre, nel quale le espressioni dello spirito raggiungono vertici d’irrazionalità e di desolazione, un tempo, infine, che registra anche nelle grandi religioni etniche del mondo turbamenti e decadenze non prima sperimentate. In questo tempo si è celebrato il nostro Concilio a onore di Dio” (loc, cit., pp. 1063-1064).

Secondo un’espressione del Beato Papa Giovanni XXIII nel discorso tenuto in occasione dell’ultima congregazione generale della prima sessione del Concilio, il 7 dicembre 1962, l’unica finalità del Concilio e l’unica speranza e fiducia del Papa e dei Padri Conciliari consiste in questo: “Far conoscere sempre più agli uomini del nostro tempo il Vangelo di Cristo, farlo praticare di buon animo e farlo penetrare incisivamente in ogni aspetto della civiltà” (loc. cit., pp. 881-882). Può esistere un principio e un metodo pastorale più autentico e più cattolico di questo?

Nel discorso per la chiusura della prima sessione del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1962, Papa Giovanni XXIII così presentava la vera finalità del Concilio e i suoi desiderati frutti spirituali: “Perché la Santa Chiesa, ferma nella fede, rinsaldata nella speranza e più ardente nella carità, fiorisca di un nuovo e giovanile vigore, e, munita di leggi sacrosante, sia più efficiente e più risoluta nell’ampliare il Regno di Cristo” (Lettera autografa Ai Vescovi della Germania dell’11 gennaio 1962)... Allora il Regno di Cristo sulla terra sarà dilatato da una nuova crescita. Allora nel mondo risuonerà più alto e più soave il lieto annunzio dell’umana Redenzione, dal quale vengono confermati i supremi diritti di Dio Onnipotente, i vincoli di carità fraterna tra gli uomini, la pace che è stata promessa su questa terra agli uomini di buona volontà” (loc. cit., p. 891). Secondo l’intenzione e il desiderio del santo pontefice Giovanni XXIII il Concilio Vaticano II deve fortemente contribuire al seguente fine: “che nell’intera famiglia umana crescano abbondantissimi i frutti della fede, della speranza e della carità”. In questo consiste, secondo le parole di Giovanni XXIII, la singolare importanza e dignità del Concilio (cf. ibid.).

IV. La sfida d’interpretazioni contrastanti

Per un’interpretazione corretta è necessario tenere conto dell’intenzione manifestata negli stessi documenti conciliari e nelle parole specifiche dei Papi conciliari Giovanni XXIII e Paolo VI. Infine è necessario scoprire il filo conduttore di tutta l’opera del Concilio, che è la salus animarum, cioè l’intenzione pastorale. Questa, a sua volta, dipende ed è subordinata alla promozione del culto Divino e della gloria di Dio, cioè dipende dal primato di Dio. Questo primato di Dio nella vita ed in tutta l’attività della Chiesa è manifestato inequivocabilmente dal fatto che la costituzione sulla liturgia occupa intenzionalmente e cronologicamente il primo posto nella vasta opera del Concilio. Le sette note essenziali di una teoria e prassi pastorale si trovano esattamente nella costituzione che tratta del culto di Dio e della santificazione degli uomini, al n. 9 della Sacrosanctum Concilium, ed esse sono:
  1. L’urgenza di predicare Cristo ai non credenti perché si convertano.
  2. La cura massima circa la predicazione della dottrina della fede.
  3. Il ruolo essenziale della penitenza nella vita della Chiesa.
  4. I sacramenti come mezzi principali della salvezza e santificazione, dove l’Eucaristia occupa il posto centrale e culminante.
  5. L’integrità della dottrina morale.
  6. L’apostolato dei fedeli laici nella Chiesa e nella società umana.
  7. La vocazione universale alla santità.
La caratteristica della rottura nell’interpretazione dei testi conciliari si manifesta in modo più stereotipato e diffuso nella tesi di una svolta antropocentrica, secolarizzante o naturalistica del Concilio Vaticano II riguardo alla tradizione ecclesiale precedente. Una delle manifestazioni più note di una tale interpretazione sbagliata è stata, p.e., la cosiddetta Teologia della Liberazione e la sua susseguente devastante prassi pastorale. Quale contrasto vi sia tra questa Teologia della Liberazione e la sua prassi ed il Concilio, appare evidente dal seguente insegnamento conciliare: “la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d'ordine politico, economico o sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso” (cfr. Gaudium et Spes, 42). Dice poi lo stesso documento, che la natura e la missione della Chiesa non sono legate ad alcun particolare sistema politico, economico o sociale (cfr. ibid.). La Costituzione Gaudium et Spes cita le seguenti parole di Pio XII.: “Il suo Divino Fondatore, Gesù Cristo, non ha conferito alla Chiesa nessun mandato né fissato alcun fine d’ordine culturale. Lo scopo che il Cristo le assegna è strettamente religioso. La Chiesa deve condurre gli uomini a Dio, perché si donino a lui senza riserva. La Chiesa non può perdere mai di vista questo fine strettamente religioso, soprannaturale. Il senso di ogni sua attività, fino all’ultimo canone del suo Codice, non può che riferirsi ad esso direttamente o indirettamente” (Pio XII, Discorso a cultori di storia e di arte, 9 marzo 1956: AAS 48 (1956), p. 212).

Un’interpretazione di rottura di peso dottrinalmente più leggero si manifestava nel campo pastorale-liturgico. Si può menzionare a tal proposito il calo del carattere sacro e sublime della liturgia e l’introduzione di elementi gestuali più antropocentrici. Questo fenomeno si evidenzia in tre pratiche liturgiche assai note e diffuse nella quasi totalità delle parrocchie dell’orbe cattolico: la scomparsa quasi totale dell’uso della lingua latina, la ricezione del Corpo Eucaristico di Cristo direttamente sulla mano e in piedi e la celebrazione del Sacrificio Eucaristico nella modalità di un cerchio chiuso in cui sacerdote e popolo continuamente si guardano vicendevolmente in faccia. Questo modo di pregare, cioè il non essere rivolti tutti nella medesima direzione, che è un’espressione corporale e simbolica più naturale rispetto alla verità di essere tutti spiritualmente rivolti a Dio nel culto pubblico, contraddice la pratica che Gesù stesso e Suoi Apostoli hanno osservano nella preghiera pubblica sia nel tempio sia nella sinagoga. Contraddice inoltre la testimonianza unanime dei Padri e di tutta la tradizione posteriore della Chiesa orientale ed occidentale. Queste tre pratiche pastorali e liturgiche di clamorosa rottura con la legge della preghiera mantenuta dalle generazioni dei fedeli cattolici durante almeno un millennio, non trovano nessun appoggio nei testi conciliari, anzi piuttosto contraddicono sia un testo specifico del Concilio (sulla lingua latina cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 36 § 1; 54), sia la "mens", la vera intenzione dei Padri conciliari, come lo si può verificare nei Atti del Concilio.

Nel chiasso ermeneutico delle interpretazioni contrastanti e nella confusione d’applicazioni pastorali e liturgiche, appare come unico interprete autentico dei testi conciliari il Concilio stesso unitamente al Papa. Si potrebbe porre un’analogia con il clima ermeneutico confuso dei primi secoli della Chiesa, provocato da interpretazioni bibliche e dottrinali arbitrarie da parte di gruppi eteredossi. Nella sua famosa opera "De praescriptione haereticorum" Tertulliano poteva contrapporre agli eretici di diverso orientamento il fatto che solamente la Chiesa possiede la "praescriptio", cioè soltanto la Chiesa è la proprietaria legittima della fede, della parola di Dio e della tradizione. Con questo nelle dispute sulla vera interpretazione la Chiesa può respingere gli eretici "a limine fori". Soltanto la Chiesa può dire, secondo Tertuliano: “Ego sum heres Apostolorum” (Praescr., 37, 3). Parlando analogicamente, soltanto il Magistero supremo del Papa o di un possibile futuro Concilio Ecumenico potrà dire: “Ego sum heres Concilii Vaticani II”.

Nei decenni scorsi esistevano, e finora esistono, raggruppamenti all’interno della Chiesa che operano un enorme abuso del carattere pastorale del Concilio e dei suoi testi, scritti secondo questa intenzione pastorale, giacché il Concilio non voleva presentare propri insegnamenti definitivi o irreformabili. Dalla stessa natura pastorale dei testi del Concilio s’evidenzia che i suoi testi sono di principio aperti a completamenti ed ad ulteriori precisazioni dottrinali. Tenendo conto dell’ormai pluridecennale esperienza delle interpretazioni dottrinalmente e pastoralmente sbagliate e contrarie alla continuità bimillenaria della dottrina e della preghiera della fede, sorge la necessità e l’urgenza di un intervento specifico ed autorevole del Magistero pontificio per un’interpretazione autentica dei testi conciliari con completamenti e precisazioni dottrinali; una specie di "Syllabus errorum circa interpretationem Concilii Vaticani II". C’è bisogno di un nuovo Sillabo, questa volta diretto non tanto contro gli errori provenienti al di fuori dalla Chiesa, ma contro gli errori diffusi dentro della Chiesa da parte dei sostenitori della tesi della discontinuità e della rottura con sua applicazione dottrinale, liturgica e pastorale. Un tale Sillabo dovrebbe costare di due parti: la parte che segnala gli errori e la parte positiva con delle proposizioni di chiarimento, completamento e precisazione dottrinale.

S’evidenziano due raggruppamenti che sostengono la teoria della rottura. Uno di questo raggruppamento tenta di protestantizzare dottrinalmente, liturgicamente e pastoralmente la vita della Chiesa. Dal lato opposto ci sono quei gruppi tradizionalisti che, a nome della tradizione, rigettano il Concilio e si sottraggono alla sottomissione al supremo vivente Magistero della Chiesa, al visibile Capo della Chiesa, il Vicario di Cristo sulla terra, sottomettendosi per ora soltanto al Capo invisibile della Chiesa, aspettando dei tempi migliori.

Papa Paolo VI così spiegava durante il Concilio il significato del vero rinnovamento della Chiesa: “Noi pensiamo che su questa linea debba svilupparsi la psicologia nuova della Chiesa: clero e fedeli troveranno un magnifico lavoro spirituale da svolgere per il rinnovamento della vita e dell’azione secondo Cristo Signore; ed a questo lavoro Noi invitiamo i Nostri Fratelli ed i Nostri Figli: coloro che amano Cristo e la Chiesa siano con noi nel professare più chiaramente il senso della verità, proprio della tradizione dottrinale che Cristo e gli Apostoli inaugurarono; e con esso il senso della disciplina ecclesiastica e dell’unione profonda e cordiale, che tutti ci fa fidenti e solidali, come membra d’un medesimo corpo” (Paolo VI, Discorso nell’ottava sessione pubblica del Concilio Vaticano II, il 18 novembre 1965, loc. cit., p. 1054).

Papa Paolo VI, spiegando la mens del Concilio, affermava nel discorso durante l’ottava sessione pubblica: “Affinché tutti siano confortati in questo rinnovamento spirituale proponiamo alla Chiesa di ricordare piamente le parole e gli esempi degli ultimi due Nostri Predecessori, Pio XII e Giovanni XXIII, a cui la Chiesa medesima e il mondo tanto sono debitori; e disponiamo a tal fine che siano canonicamente iniziati i processi di beatificazione di quegli eccelsi e piissimi e a Noi carissimi Sommi Pontefici. Sarà così assecondato il desiderio, che per l’uno e per l’altro è stato in tal senso espresso da innumerevoli voci; sarà così assicurato alla storia il patrimonio della loro eredità spirituale; sarà evitato che alcun altro motivo, che non sia il culto della vera santità e cioè la gloria di Dio e l’edificazione della sua Chiesa, ricomponga le loro autentiche e care figure per la nostra venerazione e per quella dei secoli futuri” (Paolo VI, Allocuzione nell’ottava sessione pubblica del Concilio Vaticano II, 18 novembre 1965, loc. cit., p. 1054).

C’erano in sostanza due impedimenti perché la vera intenzione del Concilio e il suo magistero potessero portare abbondanti e durevoli frutti. L’uno si trovava fuori della Chiesa, nel violento processo di rivoluzione culturale e sociale degli anni ’60, che come ogni forte fenomeno sociale penetrava dentro la Chiesa contagiando con il suo spirito di rottura vasti ambiti di persone e d’istituzioni. L’altro impedimento si manifestava nella mancanza di sapienti e allo stesso tempo di intrepidi Pastori della Chiesa che fossero pronti a difendere la purezza e l’integrità della fede e della vita liturgica e pastorale, non lasciandosi influenzare né dalla lode né dal timore (“nec laudibus, nec timore”).

Già il Concilio di Trento affermava in uno dei suoi ultimi decreti sulla riforma generale della Chiesa: “il santo sinodo, scosso dai tanti gravissimi mali che travagliano la Chiesa, non può non ricordare che la cosa più necessaria alla Chiesa di Dio è ... scegliere pastori ottimi e idonei; a maggior ragione, in quanto il signore nostro Gesù Cristo chiederà conto del sangue di quelle pecore che dovessero perire a causa del cattivo governo di pastori negligenti e immemori del loro dovere” (Sessio XXIV, Decretum de reformatione, can. 1). Il Concilio prosegue: “Quanto a tutti coloro che per qualunque ragione hanno da parte della Santa Sede qualche diritto per intervenire nella promozione dei futuri prelati o a quelli che vi prendono parte in altro modo... il santo Concilio li esorta e li ammonisce perché si ricordino anzitutto che essi non possono fare nulla di più utile per la gloria di Dio e la salvezza dei popoli, che impegnarsi a scegliere pastori buoni e idonei a governare la Chiesa” (ibid.).

C’è dunque davvero bisogno di un Sillabo conciliare con valore dottrinale ed inoltre c’è il bisogno dell’aumento del numero di Pastori santi, coraggiosi e profondamente radicati nella tradizione della Chiesa, privi di ogni specie di mentalità di rottura sia in campo dottrinale, sia in campo liturgico. Infatti, questi due elementi costituiscono l’indispensabile condizione affinché la confusione dottrinale, liturgica e pastorale diminuisca notevolmente e l’opera pastorale del Concilio Vaticano II possa portare molti e durevoli frutti nello spirito della tradizione, che ci collega con lo spirito che regnava in ogni tempo, dappertutto ed in tutti veri figli della Chiesa cattolica, che è l’unica e la vera Chiesa di Dio sulla terra.

Roma, 17 dicembre 2010
__________
"Concilio Ecumenico Vaticano II. Un Concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica".

Convegno di studi sul Concilio Vaticano II per una sua giusta ermeneutica alla luce della Tradizione della Chiesa, organizzato dal Seminario Teologico "Immacolata Mediatrice" dei Francescani dell'Immacolata.

Istituto Maria SS. Bambina, via Paolo VI 21, Roma, 16-18 dicembre 2010.
(clicca immagine a lato per ingrandire)

giovedì 23 gennaio 2025

Un altro caso di opposizione di Bergoglio a Benedetto XVI

Un altro caso di opposizione di Bergoglio a Benedetto XVI

Nel riferirsi a quanto riporta Sandro Magister, Antonio Socci sottolinea l'ennesimo scostamento di disobbedienza e opposizione di Bergoglio nei confronti di Benedetto XVI. Ricordo che un altro precedente [qui] si riferisce alla famosa Lectio magistralis di Ratisbona [qui]. E non possiamo neppure ignorare gli opposti atteggiamenti nei confronti del Rito Romano Antiquior, che hanno visto l'effetto più doloroso nel divieto della celebrazione della stesso ai FI, ignorando i diritti di frati e fedeli sanciti da una legge universale della Chiesa come il Summorum Pontificum vanificata per mezzo di un artificio1 che rende il provvedimento (decreto 11 luglio 2013) inappellabile.
Si tratta di questioni effettivamente attribuibili a due stili diversi di pontificato, anche se il substrato modernista, compreso il dialogo, è l'eredità conciliare di entrambi. In Benedetto XVI contemperata da un residuo di "romanità" che in parte ha tenuto, ma non è stata sufficiente, tuttavia, a porre argini consistenti ad una vera e propria "rivoluzione" travestita da "aggiornamento", come numerose analisi dimostrano.
Stralcio di seguito affermazioni significative da Sandro Magister, ricordando peraltro come l'Anglicanorum coetibus [qui], sia stato un vero e proprio blitz di Benedetto XVI contrastante con la simil-bergogliana posizione contraria di Walter Kasper, allora Presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, il quale, fin dall’inizio delle trattative, promise agli anglicani ogni possibile aiuto cattolico, purché essi non abbandonassero la loro religione :
Il passaggio dall’anglicanesimo al cattolicesimo non solo di singoli individui ma di intere comunità con preti e vescovi è stato facilitato e regolato nel 2009 da Benedetto XVI con la costituzione apostolica “Anglicanorum cœtibus”. (…) Ebbene, ecco le testimonianze degli anglicani Venables e Palmer raccolte dal vaticanista inglese Austen Ivereigh nell’eccellente biografia di Bergoglio da lui pubblicata alla fine del 2014: “Nel 2009, quando papa Benedetto XVI creò una nuova struttura giuridica, l’ordinariato personale, per gli anglicani che diventano cattolici, Bergoglio chiamò il vescovo Gregory Venables, primate anglicano del Cono Sud (in comunione con Canterbury), che risiedeva a Buenos Aires. A colazione, ha ricordato Venables, ‘mi disse molto chiaramente che l’ordinariato era assolutamente superfluo e che la Chiesa ha bisogno di noi come anglicani’. Fu il messaggio di Bergoglio anche a Tony Palmer, che stava considerando l’ordinariato e si chiedeva se andasse bene per lui. ‘Mi disse che abbiamo bisogno di intermediari. Mi consigliò di non fare quel passo, perché sarebbe sembrato che avessi scelto una sponda precisa e in quel caso avrei smesso di essere un intermediario’. Bergoglio era convinto che Palmer dovesse restare anglicano ‘per amore della missione, questa missione di unità’, e gli consigliò di ‘abbandonare l’idea’ di diventare cattolico”.
_____________________
1. Da prendere nella dovuta considerazione:
  • L'art.2 del Motu proprio Summorum Pontificum prevede il diritto di ogni sacerdote di rito latino (sia secolare che religioso) di celebrare il VO senza obbligo di alcuna autorizzazione previa (di fatto equiparando l'uso dei due messali). Celebrazioni alle quali, ai sensi dell'art.4 sono ammessi anche i fedeli, come di fatto ormai avviene per prassi consolidata dal 2007 
  • l'art. 3, cui molti hanno fatto riferimento a giustificazione del decreto, riguarda la celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori"
Ne consegue che la disposizione avallata dal Papa nel decreto 11 luglio 2013 (che è un atto amministrativo) non potrebbe di fatto cancellare una disposizione papale diramata dal suo predecessore con motu proprio (art.2/4). "...il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della Congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l'uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata dalle competenti autorità per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta".
Ciò non appare canonicamente valido, per effetto della gerarchia delle norme. E, di fatto, è e resta grave e scorretto. Anche se è stato capziosamente sottolineato che si tratta di un praeceptum, cioè di un comando particolare, che se viene dal Papa può andare oltre le leggi canoniche e dunque in questo caso non è stata promulgata alcuna legge generale. Ma non sono sicura - e andrebbe dimostrato - che esso, se può andare oltre le leggi canoniche, non violi una legge naturale o divina, che costituisce uno dei limiti al potere per altri versi assoluto del papa. E, purtroppo, il fatto che non si sia alzata la voce di alcun vescovo o cardinale che abbia osato dire mezza parola sulla sorte dei numerosi frati fedeli al carìsma originario, non lascia ben sperare che si alzi una voce autorevole anche a questo riguardo, ignorando le esigenze spirituali di molti fedeli, peraltro espresse ma rimaste inascoltate. Tenendo altresì conto che il provvedimento ha avuto ricadute negative, accentuando la strana avversione, che diventa ostracismo attraverso gli espedienti più capziosi, da parte di vescovi e anche di sacerdoti nei confronti del Rito Romano Antiquior "mai abrogato".
Sta di fatto inoltre che la disposizione, formulata senz'alcuna motivazione, può essere inquadrata tra gli aspetti della ormai imperante "prassi ateoretica senza spiegazioni", che non si può concepire da parte di un pontefice. Egli deve esprimere la sua attività di governo oltre che il suo munus docendi attraverso pronunciamenti adeguatamente ponderati. Cosa che sembra definitivamente tramontata, mentre invece l'alta dignità conferitagli per mistero di grazia lo esige. Infatti le forme espressive dei pronunciamenti papali sono sempre state di prassi ponderate. In esse, ogni parola è stata sempre misurata, ogni concetto esplicitato e sviluppato, proprio per non lasciare spazio a equivoci e interpretazioni errate, come invece sta accadendo da due anni con la complice ridondanza dei media.

giovedì 16 gennaio 2025

Il cardinale Marx e il Sinodo: è il Papa che vuole la discussione sui divorziati "risposati" e sugli omosessuali. Attenzione al "Dio delle sorprese"...

Il cardinale Marx e il Sinodo: è il Papa che vuole la discussione sui divorziati "risposati" e sugli omosessuali. Attenzione al "Dio delle sorprese"...

La mia riflessione di oggi nasce da notizie apprese da Riposte Catholique [qui], da cui sintetizzo alcuni stralci riguardanti recenti dichiarazioni del Cardinale Reinhard Marx sul sinodo.
"" È proprio Papa Francesco, che «ha aperto la porta» sulle questioni della omosessualità e della comunione per divorziati «risposati», e nessun voto contrario del Sinodo potrà apportarvi alcun cambiamento, secondo il cardinale Reinhard Marx, che non è solo un membro del consiglio di otto cardinali nominati dal Papa, ma un megafono del «gruppo manipolatore» che ha portato queste idee al Sinodo (vedi qui). [...] I relativi articoli sono stati pubblicati con il consenso esplicito del papa, dice il cardinale Marx. Dunque «il papa ha aperto le porte ed i risultati della votazione al termine del Sinodo non cambierà nulla» nonostante le due questioni finora fossero assolutamente non negoziabili.
[...] Il cardinale ha aggiunto che il gruppo «progressista» del Sinodo non ha subìto alcuna sconfitta, dando come prova l'esempio dell'attuale pontificato: «Chiunque pensi questo non ha prestato attenzione a ciò che accade nella nostra Chiesa a partire dall'ultimo anno e mezzo... Questo Papa sa esattamente quello che fa, nessuno può metterlo in discussione. Francesco vuole che ci diamo una mossa. Il suo uso frequente della parola - Avanti! - è una prova sufficiente».
[...] In un'intervista a Die Zeit [qui], Marx ha dichiarato che il Papa stesso ha voluto il ripristino della questione sull'omosessualità (aggiunta da Bruno Forte) nella relatio post-disceptationem, anche se non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi. [...]""
Ci troviamo di fronte alla stessa situazione sconcertante e ambigua, ma anche rivelatrice delle effettive manovre manipolatorie messe in risalto da più parti [qui - qui - qui - qui], e ad un deja vu, se torniamo alle dichiarazioni del cardinale Kasper, che ha accusato i suoi oppositori di volere «una guerra dottrinale», mentre lui è d'avviso opposto e agisce in sintonia col papa:
«... Io penso a un Sinodo pastorale» [solita solfa ingannatrice, di conio conciliare, come se la pastorale non sottenda essa stessa una dottrina]. Ed è quello che desidera anche Francesco, aggiunge: «È chiaro. Anche il Papa vuole un Sinodo pastorale». ... «nessuno dei miei confratelli cardinali ha mai parlato con me. Io, invece, due volte con il Santo Padre. Ho concordato tutto con lui. Era d'accordo. Loro sanno che non ho fatto da me queste cose. Ho concordato con il Papa, ho parlato due volte con lui. Si è mostrato contento». [qui]
Un'osservazione è d'obbligo. Sia Marx che Kasper affermano con enfasi la preventiva intesa del Papa sul tema dei divorziati «risposati», ma c'è chi sottolinea che non abbiamo mai sentito il Papa dire (né smentire in entrambi i casi). Tuttavia, oltre a quanto già osservato, dice ben qualcosa il fatto che il papa intenda mantenere le questioni sul tappeto nonostante i voti contrari...
Lo stesso articolista di Riposte Catholique afferma che il Cardinale Marx, arcivescovo di Monaco, esprime semplicemente ciò che egli stesso intende. È vero o falso? Una ulteriore manipolazione? Sta di fatto che egli è Presidente della Conferenza episcopale tedesca e, oltre ad avere il sostegno di molti dei suoi colleghi tedeschi, in ogni caso è molto vicino al Papa. Come del resto il cardinale Kasper - aggiungiamo noi - citato tra i migliori teologi dal papa stesso nel suo primo Angelus, da lui scelto per l'apertura del Sinodo e pubblicamente lodato nella sua allocuzione introduttiva qualificata come «teologia in ginocchio».

Sta di fatto che le recenti dichiarazioni di Marx non fanno altro che riportare la confusione là dove essa aveva cominciato a dissiparsi. Ma forse del tutto apparentemente e come toppa momentanea, come già da me [qui] osservato e anche confermato dalle seguenti parole di mons. Schneider.
È triste inoltre che il paragrafo – che non ha ottenuto l’approvazione richiesta della maggioranza qualitativa – resti tuttavia nel testo finale della Relatio e verrà inviato a tutte le diocesi per ulteriori discussioni. Aumenterà sicuramente la confusione dottrinale tra i sacerdoti e i fedeli, essendo ora ventilato che i comandamenti divini e le divine parole di Cristo e quelle dell’apostolo Paolo sono messi a disposizione di gruppi decisionali umani [qui].
Quanto al papa, diciamo che si esprime in maniera gesuitica, con una comunicazione monca, spesso criptica e indiretta, ma lanciando staffilate contro la tradizione in ogni occasione: egli mette a raffronto due schieramenti contrapposti buoni-cattivi, parteggiando evidentemente per l'innovazione rivoluzionaria. E se non espone né direttamente con chiarezza né per intero il suo pensiero, parla anche attraverso i provvedimenti. Basti pensare a chi si è scelto per il consiglio della corona [qui] e ad alcune sue scelte curiali, rapportate con la rimozione del card. Burke, del card. Piacenza ed ai provvedimenti nei confronti dei Francescani dell'Immacolata, per fare una diagnosi di certo non rassicurante.  Del resto quando tuona dalla Domus Santae Martae rimproverando chi muta i pani in pietre, che è duro di cuore, intellettualista, legalista, da museo et alia dimostra di conoscere ben poco - e solo in base a pregiudizi - chi ama la tradizione che colpevolmente scambia per la sua caricatura.

Inoltre, se ci soffermiamo su recenti dichiarazioni provenienti dal blog Caminante-Wanderer [qui], della cui serietà fornisce assicurazioni New Catholic, responsabile dell'altrettanto affidabile Rorate caeli, i nostri timori vengono confermati. Egli riferisce tre episodi che vanno nella medesima direzione, rivelando le intenzioni distruttive di Bergoglio, e ne trae l'ovvia conclusione che il papa andrà fino in fondo nella sua rivoluzionaria ansia di cambiamento che vorrebbe irreversibile. Cito il terzo episodio: nel corso di un recente convegno di teologi nel Seminario di una «grande Arcidiocesi argentina» un teologo molto vicino al papa avrebbe riferito circa le sue intenzioni
«medesima conversazione, un po' più tardi. Chi parla è un sacerdote che ha contatti abituali, o piuttosto quotidiani, col Santo Padre. «L'ultima cosa che mi ha detto prima che io venissi qui è di pregare affinché egli possa effettuare cambiamenti profondi e definitivi nella Chiesa, in modo tale che non possano mai più essere modificati».
Dunque è finito il tempo delle discussioni dottrinali altrimenti vien detto e ripetuto - e più che una constatazione appare una minaccia - che ciò « ci impedisce di essere sorpresi e infiammati dallo Spirito Santo». Ma si dimentica anche che la Verità non risiede nelle opposte fazioni e neppure nella maggioranza, ma nella Rivelazione apostolica, in Cristo Signore, così com'è stata consegnata e custodita fino ad oggi e fino alla fine dei tempi da la Catholica.

Insomma è entrato in campo il «Dio delle sorprese».
Se per «sorprese» intendiamo il fatto che il Signore «fa nuove tutte le cose», questo non è altro che l'effetto della sua Presenza e della sua grazia nella storia; il cui divenire riguarda noi e le vicende terrene che scriviamo con le nostre vite donate nella Sua, ma non Lui che è lo stesso ieri oggi e sempre.
Non dimentichiamo, invece, che il concetto di sorpresa che ci si vorrebbe rifilare significa cose non preannunciate... Il nostro non è il Dio delle sorprese, ma il Dio che si è definitivamente rivelato in Cristo Signore perché non ha nascosto ai "Suoi": i Santi e profeti di un tempo, tutto ciò che stava per fare nella Storia della salvezza. Se però per «sorprese» intendiamo i cambiamenti avallati da un dio che si evolve nel nostro divenire, per dirla con mons. Gherardini, allora non è altro che
«la molla di quel divenire dialettico che, con Feuerbach, porta alle conseguenze estreme la dialettica hegeliana, trasformando la teologia in pura e semplice antropologia e ... imprigiona il messaggio evangelico nelle maglie del divenire, lo spoglia d'ogni sua componente soprannaturale e lo riduce ad un dato sempre cangiante dell'immanenza».
Ma, oltre a ciò, se si permette questo, si spacca l'unità tra le azioni ad extra della Santissima Trinità e la rivelazione dei segreti ai Profeti dell'Antica Alleanza, e così si apre la possibilità a un dio che agisce fuori dai limiti della rivelazione...
Maria Guarini

mercoledì 15 gennaio 2025

Conversione del papato (!?)

Conversione del papato (!?)

Riprendiamo un punto chiave della Evangelii Gaudium, che non esito a definire senza mezzi termini la versione peronista dell' ottimismo "ingenuo" e "aprioristico" di Giovanni XXIII e Paolo VI, senza la mens subtilis di Benedetto XVI, con l'unico effetto positivo di lasciar cadere ogni maschera e di mettere chi è in grado di 'vedere' di fronte ad una allarmante accelerazione della rivoluzione copernicana innescata dalle innovazioni conciliari. La chiesa 2.0, riformata dal Vaticano II, ora prende il largo e sta mostrando al mondo una palingenesi inedita e dirompente, dalle coloriture sociologiche, che tratteggia il suo nuovo volto.
32. Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. [le "necessità attuali" non sono subordinate al "significato che Gesù Cristo intese dargli" e quindi viste alla luce e in funzione di esso; ma vengono poste sulle stesso piano ed è facile riconoscervi il rovesciamento di approccio tutto post conciliare: "il vangelo letto alla luce della cultura contemporanea" e non viceversa]. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova».[Ut unum int, 95] Siamo avanzati poco in questo senso. [a parte le dimissioni, alle quali sembra si debba fare l'abitudine, ingravescente aetate?] [1]Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente».[Lumen Gentium, 23] Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. [Leggasi collegialità (2) e sue applicazioni, con il conferimento di potestà normativa? Giovanni Paolo II, Apostolos suos] Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale. [Audacia e creatività paradossalmente non dispiegabili nella direzione di una pastorale tradizionale]
Si ha conversione quando si passa dallo stato di peccato, cioè dalla perdita della Grazia allo stato di Grazia. E si tratta di un passaggio, che è un'inversione di tendenza, sancisce un cambiamento di vita, un ri-orientamento al Padre. Una volta che si è fatta la scelta fondamentale per Dio e si rimane nella vita di Fede, fortificandosi nella Chiesa. Ed è il percorso successivo, di perfezionamento[3] - che è sempre ulteriore configurazione a Cristo - e per questo è necessario fortificarsi e rimanere nella fedeltà, ma non ancora e sempre convertirsi, a meno che non si inverta di nuovo la rotta. 

Sulle citate parole del papa c'è da chiedersi se si tratta di una promessa o di una minaccia, perché conversione è un termine forte, che designa un cambiamento rivoluzionario non banale e dunque resta da stabilire il perché e in cosa consista questa inversione di rotta per la pastorale, ma soprattutto per il Papato. Che significa? Un giro di boa c'è già stato. Ed ora, cos'altro?
Vedi nota 1 e queste precedenti riflessioni [qui] e [qui], da riallacciare a quest'altra sulla collegialità, alle quali aggiungo:
Le perplessità e le riflessioni non mancano; manca chi di dovere che le esprima con la dovuta autorevolezza. Il nostro allarme deriva dalla consapevolezza che qualunque adeguamento ai tempi operato attraverso 'forme' su essi modulate, porta lontano dalla fontale primazialità del Papato voluta dal Signore. Infatti ogni 'forma' veicola e manifesta una sostanza corrispondente pur se implicita. Difendere la manifestazione della sostanza significa difendere la sostanza stessa, nella consapevolezza che la negazione di una dimensione accidentale rischia di essere un ferimento che la sostanza può sopportare solo fino ad un certo punto.
Al di là delle vicende che si dipanano nella storia, la Gerusalemme celeste scende continuamente dal Cielo nel "Pane vivo" rappresentato da Cristo Signore che è con noi fino alla fine dei tempi.
Diciamo che al momento è oscurata, ma non è di là da venire, è già qui, nella Chiesa e nella sua fedeltà. Le realtà che noi andiamo denunciando perché ci colpiscono e per resistere al sovvertimento non esauriscono la Realtà intera, così come non esauriscono la Chiesa intera, che è nelle mani dell'Onnipotente e del Suo Figlio diletto.
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1.«Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...». (dall'intervista al Corriere della Sera)
2. Collegialità introdotta nel Nuovo Codice di Diritto Canonico: «...Perciò il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa «universale sacramento di salvezza (Cfr. Cost. Dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, nn. 1, 9, 48), viene presentata come Popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul Collegio dei Vescovi unitamente al suo Capo ».[Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983]
3. L'idea di perfezionamento non è peregrina, se Gesù ha detto: "Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli".

venerdì 10 gennaio 2025

Indice degli articoli sul controverso documento di Abu Dhabi e posterius

Il 4 febbraio 2019 il papa ha firmato col Grande Imam Ahmad el-Tayeb ad Abu Dhabi il controverso “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” che contraddice la fede della Chiesa.
Indice degli articoli

Sinodalità recidiva: "Lineamenta" per il 2015

Sinodalità recidiva: "Lineamenta" per il 2015

Premessa
Constatiamo che lo "spirito del concilio", nei suoi aspetti più rivoluzionari, nonché il maanchismo - il terribile deleterio effetto di un'affermazione principale corretta, seguita dal o dai "ma anche", che hanno aperto spiragli che stanno diventando voragini - risulta trasferito pari pari al Sinodo.
Abbiamo già parlato ampiamente sul blog del Sinodo conciliarista [vedi qui - qui]
Per ora mi limito al volo alle seguenti essenziali riflessioni a caldo, avendo sotto gli occhi il documento appena pubblicato: "Lineamenta" per la XIV Assemblea Generale Ordinaria: La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo (4-25 ottobre 2015), 09.12.2014 [qui].

I punti che non sarebbero neppure dovuti entrare in discussione

Se mi soffermo per il momento su questi punti è perché le relative questioni – tra l'altro di per sé neppure da mettere in discussione –  non erano state approvate e purtuttavia – per volontà del papa – essi sono stati ugualmente mantenuti nel testo reso pubblico e quindi reinseriti nel circuito della discussione, nei termini indicati nella premessa. Non solo, ma il questionario appare redatto in modo da orientare le risposte, dando per scontate premesse evidentemente pilotate secondo la mens che sta conducendo il gioco.

Dunque ci risiamo. Il Circo riparte e la girandola di sofismi e di nonsense prosegue con ostinata protervia. Se si usasse lo stesso energico impegno nel combattere gli errori e riaffermare le verità perenni, non saremmo in questa crisi assurda e sull'orlo del baratro che riguarda l'umanità tutta. Ma ciò è dovuto all'oscuramento se non al rinnegamento dell'universalità della salvezza per cui è venuto il Signore, affidandone la trasmissione alla Sua Chiesa che, invece di focalizzarsi sul suo Centro e Fondamento, esce da sé stessa nel senso deteriore del termine e si appiglia ai semina Verbi ingannevolmente tirati in ballo e sofisticamente e inappropriatamente usati, concilio o non concilio. Intanto il concilio non è il Vangelo e tra l'altro Nostra Aetate [qui] (citato tra le fonti) è un documento di secondaria rilevanza, qual è una Dichiarazione, e cioè un documento di quarto e ultimo livello, tra quelli indicati da Mons. Gherardini [qui]1: il livello delle innovazioni, che non può vantare validità infallibile e irreformabile e, conseguentemente, rende possibile il dissenso secondo fede e ragione. Una semplice Dichiarazione assurta a principio fondante di questa nuova ecclesiologia basata sull'arbitrio dei nuovi barbari porporati, che usa la prassi per oltrepassare la dottrina. Ma la dottrina e la disciplina sono le condizioni per il vero incontro con Cristo. Inoltre la pastorale poggia sulla dottrina, e dunque la prassi presuppone la retta dottrina. Il rovesciamento di questo ordine porta troppo facilmente a far sì che con una nuova realtà pastorale si sviluppi una nuova dottrina.

C'è da chiedersi, nel punto 22 sotto riportato, cosa c'entra l'apprezzamento da parte della Chiesa per il matrimonio naturale? Che di seguito diventa "realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane". Ma a cosa serve? Queste hanno forse qualcosa da insegnare a chi ha tutto solo da accogliere e trasmettere del compimento della salvezza, che la Chiesa già custodisce (o custodiva) da due millenni, operato rivelato e consegnato dal Signore e dagli Apostoli e che Lui continua ad operare nonostante le nostre infedeltà? La stessa creazione pensata in vista di Lui (si sente qui l'eco di Gaudium et Spes, 12; 24 qui), attende la rivelazione dei figli di Dio, così come tutti i popoli che, per essere salvati, devono conoscerLo e accoglierLo.
Che si possa e si debba entrare in dialogo tra culture diverse per ragioni politiche o di civile convivenza non riguarda la sfera della fede e degli insegnamenti morali che da essa scaturiscono (e non da altre fonti: "sorgenti torbide e cisterne inquinate" per usare un linguaggio biblico). Cito dai Lineamenta:
L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme
21. Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa. Ora, nella fede è possibile assumere i beni del matrimonio come impegni meglio sostenibili mediante l’aiuto della grazia del sacramento. Dio consacra l’amore degli sposi e ne conferma l’indissolubilità, offrendo loro l’aiuto per vivere la fedeltà, l’integrazione reciproca e l’apertura alla vita. Pertanto, lo sguardo della Chiesa si volge agli sposi come al cuore della famiglia intera che volge anch’essa lo sguardo verso Gesù.
22. Nella stessa prospettiva, facendo nostro l’insegnamento dell’Apostolo secondo cui tutta la creazione è stata pensata in Cristo e in vista di lui (cf. Col 1,16), il Concilio Vaticano II ha voluto esprimere apprezzamento per il matrimonio naturale e per gli elementi validi presenti nelle altre religioni (cf. Nostra Aetate, 2) e nelle culture nonostante i limiti e le insufficienze (cf. Redemptoris Missio, 55). La presenza dei semina Verbi nelle culture (cf. Ad Gentes, 11) potrebbe essere applicata, per alcuni versi, anche alla realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano – comunque fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e una donna –, che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. Con lo sguardo rivolto alla saggezza umana dei popoli e delle culture, la Chiesa riconosce anche questa famiglia come la cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana.
Continua la manipolazione in un Sinodo "taroccato"2?

Nel questionario - inviato in più lingue alle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, la cui finalità secondo il card. Baldisseri è "l'approfondimento delle questioni affrontate nel dibattito, di tutte, ma soprattutto di quelle che hanno bisogno di essere discusse in modo più accurato" -, al suddetto n.22 è correlata la
domanda n. 19Il Concilio Vaticano II ha espresso l'apprezzamento per il matrimonio naturale, rinnovando una antica tradizione ecclesiale. In quale misura le pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei popoli, come fondamentale per la cultura e la società comune? (cf. n. 22)
Notate l'inganno ancor più esplicito, contenuto anche dal questionario. Lo rivela la domanda riportata qui su, che dà per scontato sia l'apprezzamento per il matrimonio naturale che la valorizzazione della sapienza dei popoli; si tratta solo di verificare il "come"... Non sarebbe bene  limitarsi a ri-orientare i cristiani disorientati e formare rettamente quelli de-formati?

La carenza è nella formazione, cioè nell'insegnamento

In un recente articolo su la Bussola quotidiana [qui] vengono proposte interessanti riflessioni sulle aspettative laiche circa le aperture promosse e promesse dall'assise sinodale (almeno a quanto sembra dalle proposte più progressiste), aspettative e tendenze condivise da una larga fetta di cattolici "aperti al mondo", dalle coscienze e dai cuori addormentati in qualche modo assuefatti a riconsiderare in senso positivo e corrispondente al "così fan tutti" quell'agire morale che si è sempre fatto e sempre si farà fatica ad osservare. Nessuno ricorda che questo non è possibile senza la grazia di Cristo veicolata dall'azione santificatrice della Sua Chiesa, preparata e accompagnata da un insegnamento che dà il senso e rende appetibili i comandi divini fondati su verità imperiture. Ecco, questo è il punto. È di questo che non si parla più.

Ad esempio, sono in molti anche i pastori a ricordare che l'indissolubilità del matrimonio deriva dal comando del Signore presente nel Vangelo - del resto correttamente affermato al n.21, pur con i "ma anche" successivi - ma non ne spezzano il pane saporoso delle ragioni che rendono il comando assimilabile dalla ragione e dal cuore e quindi tradotto nella vita anche quando costa e non poco.
Si comprende e si accetta l'indissolubilità se si considera che è legata ad una fedeltà che ha la sua origine fontale nella fedeltà del Signore e Creatore alla sua creatura, pensata e voluta a Lui ordinata e dunque in dialogo continuo (questo è l'unico dialogo che conta) attraverso una relazione esclusiva, che mette il Signore al primo posto e da ciò fa discendere tutto quanto ne consegue di davvero fecondo, perché è una relazione che implica un'unione intima e profonda, fedele ed esclusiva, 'sponsale', appunto. Questo non riguarda solo le anime consacrate, che si sono scelte la parte migliore, ma ogni anima credente, ognuna in modo diverso a seconda delle situazioni. Si tratta di una relazione esclusiva nei confronti di Dio, perché implica il rifiuto di altri dei, che possono essere tutte le concupiscenze di cui il mondo è costante insinuatore e alle quali l'inclinazione al male, residuo del peccato originale, non rende né sordi né vaccinati. Non possiamo sottrarcene se non per mezzo della Grazia e delle scelte che essa ci consente di fare, alla fine per connaturalità più che per senso del dovere, che può essere il punto di partenza, ma non è certo il punto di arrivo.
L'esclusività riguarda innanzitutto la relazione con Dio, l'unica che allarga il cuore a dismisura rendendolo capace di accogliere la realtà dell'altro e donarsi senza aspettarsi nulla in cambio: questa è la vita vera, che solo nel Signore e nella Sua Chiesa possiamo vivere e che nessuna ONU delle religioni potrà mai rendere né possibile né accettabile.

Si parla tanto di cambiamento antropologico, tirato in ballo anche da alcuni padri sinodali:
n. 5 Il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato...
E sembra questo il nuovo dato fondante le nuove prassi. Ma non c'è stato nessun cambiamento antropologico. L'uomo, con i suoi bisogni e domande fondamentali, è lo stesso di sempre nella sua essenza. Ciò che è venuto a mancare è uno sguardo metafisico su Dio e sull'uomo, e questo ci impedisce di rivolgerci al vero problema. Se solo riuscissimo a vederlo avremmo già fatto un grande passo in avanti. Saremmo cioè già usciti dalla mentalità della prassi, che ahimè domina. Molto spesso a discapito del Concilio. Ma soprattutto della Chiesa. La vera crisi non è altro che la crisi della Chiesa in quanto mistero. Il vero nodo teologico è riconducibile allo smarrimento proprio del concetto metafisico di partecipazione del mistero-Chiesa. E così la teologia si riduce ad antropologia. Infatti la teologia stava già da tempo coniando un nuovo linguaggio, accantonando per lo più quello metafisico-scolastico, per fare posto a quello più moderno, che è sfociato - e ne vediamo gli esiti -, nell'adozione di una filosofia esistenzialista e fenomenica.

Riconoscimento epocale delle tendenze omofile come "diritti"

Dai punti che seguono notiamo l'incredibile spostamento di attenzione ad elementi estranei alla fede e alla dottrina anche nella successiva proposizione, mantenuta, nonostante i voti contrari, partendo da fattori marginali, "esistenziali", rispetto al nucleo del discorso. Non mancando persino di tirare in ballo in seconda battuta i "paesi poveri" e le pressioni di organismi internazionali (!?).
Ma la Chiesa non insegna psicologia e sociologia, certamente da non disattendere; e tuttavia non si può sottovalutare il fatto che in quanto scienze umane sono ancelle della teologia, se ancora questa ha un senso.
Compito e funzione della Chiesa, infatti è affermare ed insegnare. Essa non deve né recriminare né essere condizionata da pressioni di alcun genere né soffermarsi su elementi secondari e neppure prenderci per i fondelli con i nondimeno e ciò che viene dopo... Si pensa così di aggirare gli ostacoli facendo rientrare da un'altra porta ciò che era uscito dalla finestra... Si tira in ballo un'ovvietà come il rispetto e la delicatezza, mai messa in discussione dalla Chiesa della Misericordia, quella vera e non sganciata dalla Verità e dalla Giustizia. Ma c'è il rischio, non improbabile dati i precedenti, che il marchio di ingiusta discriminazionealla fine possa andare a parare sul riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali. Che senso ha, infatti, richiamarlo qui? E del resto il documento citato è ben chiaro ed esplicita la differenza tra il rispetto della persona e il mascheramento, dietro a questo, dell'uso strumentale o ideologico della tolleranza del male, che peraltro è qualcosa di molto diverso dall'approvazione o dalla legalizzazione del male stesso. Sarebbe stato meglio partire da qui e non dalla pastorale esistenzialista con la quale diventa possibile aggirare i principi inalienabili, col rischio di ritenere poi quel documento superato alla pari della Familaris consortio, alla quale sarebbe stato bene attenersi piuttosto che guardare altrove. Cito:
L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale
55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).4
56. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il "matrimonio" fra persone dello stesso sesso.
A questo punto è legittimo chiedersi che fine ha fatto il famoso dossier segreto, redatto dai "tre cardinali 007", ricevuto da Benedetto XVI e da lui consegnato al successore, che gli svelava l'impropriam influentiam (sporco ricatto) che si intreccia tra le file omosessuali della Curia e le loro relazioni esterne.
Il discorso tuttavia, come già ricordato, è certamente ancora tutto da sviluppare. Ma il solo fatto che vengano fatti entrare nella discussione elementi di per sé indiscutibili, i timori e le perplessità li giustifica ampiamente. E non bisogna abbassare la guardia, soprattutto da parte dei pastori, anche quelli non coinvolti direttamente nell'assise sinodale [vedi].

Una domanda fondamentale cui va data risposta

Ma non c'è da farsi una domanda ancor più fondamentale, che ne implica altre? Un sinodo dei vescovi può esser ritenuto competente nel trattare questioni che attengono ad aspetti dottrinali non modificabili per loro propria natura, non solo in quanto già sanciti dalla disciplina vigente formatasi nel corso dei secoli e con interventi del magistero supremo della Chiesa ma, come nel caso del matrimonio sacramentale, derivanti da un comando divino? Può inoltre la Chiesa in questi casi agire ex abrupto difformemente dalla sua Tradizione? Può forse essa modificare la legge naturale, il rispetto della natura dell'eucarestia, e un comando divino? Anche se la parola finale spetta sempre al papa, e sarà lui a doverla pronunciare, per quale ragione egli insiste nel mettere in discussione proprio tali questioni?

Notazioni di fondo sull'infallibilità papale

A proposito della pronuncia del papa a conclusione dei lavori conciliari, è erroneo attribuire infallibilità, oltre che a TUTTE le parole e atti del papa, anche ai risultati del prossimo Sinodo, quali che essi siano.
La dottrina della Chiesa insegna che quando il Papa, da solo o in unione con i vescovi, parla ex cathedra è certamente infallibile.
Ma perché un suo pronunciamento possa considerarsi ex cathedra sono richiesti alcuni requisiti:
  1. deve parlare in quanto Papa e pastore della Chiesa universale;
  2. la materia deve riguardare la fede o la morale;
  3. il giudizio pronunciato deve essere solenne e definitivo, con l’intenzione di obbligare tutti i fedeli.
Se anche una sola di queste condizioni manca, il Magistero pontificio (o conciliare) resta autentico, ma non è infallibile. Ciò non significa necessariamente erroneo, ma semplicemente che non è immune da errore: e dunque può essere fallibile.

Da non dimenticare, inoltre, che le dichiarazioni ex cathedra di tipo definitorio sono dogmi e che le fonti dei dogmi sono la Scrittura e la Tradizione: una dichiarazione, che si volesse dogmatica, basata su fonti diverse o ex abrupto (cioè totalmente innovativa) sarebbe un falso dogma.

Un altro limite all’infallibilità papale ex cathedra: secondo la Pastor Aeternus le dichiarazioni ex cathedra non possono essere cancellate o modificate in nessun caso. Dunque non sono accettabili dichiarazioni dogmatiche (cioè definitorie) o paradogmatiche (definitive), se contraddicono verità definitorie o definitive preesistenti. Resta ferma la non-contraddizione. La distinzione comporta il fatto che chi non aderisce alle prime è eretico; chi non aderisce alle seconde è in grave errore ma non è eretico.

Quanto sopra nell'ovvia considerazione che l'infallibilità papale non è "a tempo" o legata ai tempi.
Nessuno potrà costringerci ad aderire alla proclamazione di innovazioni che sono in contraddizione con il Depositum fidei cattolico.

Il potere del papa non è assoluto, ma vincolato anche alle definizioni dogmatiche dei suoi predecessori e, in definitiva al Depositum fidei, che non è un'optional, non ingabbia perché contiene realtà vive e non museali, non inganna perché non prescinde dalla Verità, che precede sempre la Carità.
Maria Guarini
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1. Guardando al contesto da cui scaturisce il documento si capisce il perché sono stati fatti fuori i Francescani dell'Immacolata e anche la "deportazione" di padre Serafino Lanzetta, uno degli studiosi più validi e anche rispettosi - senza rinnegamenti del concilio ma anche senza contorsionismi per dimostrare una continuità inesistente -, che sui noti temi controversi ha idee chiare e documentate alle fonti originali [qui, dallo stesso contesto da cui è tratto l'intervento di Mons. Gherardini: il Convegno del 2010 sul Vaticano II] e [qui, più recentemente].
2. Il termine è stato coniato da marco Tosatti [qui]. E a questo punto si impone una notazione. La rimozione del cardinal Burke, uno degli oppositori più autorevoli sui punti sollevati dal cardinale Kasper, era stata già sancita prima del sinodo ma è stata differita, sicché egli ha potuto partecipare al primo round ma non parteciperà alla tornata successiva e risulta rimosso proprio dalla Segnatura apostolica cui appartiene l’ultima istanza in materia di nullità matrimoniali.
3. C'è da chiedersi la ragione di tutta quest'attenzione al possibile marchio di discriminazione nei confronti degli omosessuali e di chi vive in situazioni di peccato - che la Chiesa ha sempre riservato alla persona e non all'errore - e il persistere, con tendenze ingravescenti, circa il marchio di disprezzo che sfocia in persecuzione discriminatoria nei confronti di chi ama la tradizione riservato sia alle persone (pastori e fedeli) che alle loro esigenze spirituali. Per inciso: dal 1° ottobre scorso la Basilica papale di Santa Maria Maggiore è stata definitivamente serrata all'ultima Santa Messa Antiquior che vi si celebrava alle 7,30 del mattino...
4. A questo proposito dichiarava il card. Burke: Mi rifiuto di parlare di persone omosessuali, perché nessuno può essere identificato da questa tendenza. Si tratta di persone che hanno una tendenza, che è una sofferenza [qui].

giovedì 9 gennaio 2025

Dedicato ai Sacerdoti per ricordare la loro 'unzione' da non banalizzare né rinnegare. Mai

UNTI E MANDATI MEDIANTE IL SACRAMENTO DEL SACERDOZIO

Sapete cosa vi ho fatto? Giovanni 13, 12
1. "Oggi si è adempiuta questa Scrittura..." (Lc 4,21). Questo Oggi del Vangelo si riferisce a quel giorno, a Nazaret, quando Gesù si rivelò, per la prima volta, come il Messia, come l'Unto e il Mandato dal Padre. Allora gli fu dato il rotolo del profeta Isaia e lesse le parole: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l'unzione, / e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio..." (Lc 4,18; cfr. Is 61,1). Proprio quell'oggi nazaretano significava allora l'inizio della missione pubblica di Gesù di Nazaret; significava l'inizio del Vangelo. L'inizio "di tutto quello che Gesù fece e insegnò" (At 1,1) in mezzo al popolo della Galilea, Giudea e Samaria. Ora questa missione pubblica s'avvicina alla fine. Nella liturgia mattutina del Giovedì Santo la Chiesa ripete le parole di Nazaret, non soltanto per ricordare quell'"oggi" di allora, ma per introdurci nell'oggi attuale.

2. Ecco, oggi si compiono fino alla fine le parole della Scrittura. Oggi inizia quel "triduo" che è, in un certo senso, un solo Giorno: Giorno-Mistero, Giorno-Pasqua. In questo Giorno, Cristo è al termine della sua via terrena. E' all'apice della sua potenza messianica. In questo giorno, nel Cenacolo, nascerà dalla pienezza di questa potenza, la Chiesa. Infatti, la Chiesa si costruisce mediante l'Eucaristia. Nelle ore serali del Giovedì Santo rinnoveremo l'Ultima Cena, durante la quale Cristo ha lasciato agli Apostoli il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue; ha lasciato l'Eucaristia. Trasmettendo questo suo unico e inesauribile Sacrificio, egli "ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap 1,6). Ha fatto di noi la Chiesa. I sacerdoti sono coloro che offrono il Sacrificio, e in esso si rivela e si attua il Regno di Dio sulla terra. I sacerdoti ricevono l'unzione. Nel Giovedì Santo la Chiesa benedice, ogni anno, gli Oli liturgici, mediante i quali essa predica il nuovo "anno di grazia del Signore" (Lc 4,19; cfr. Is 61,2). Ecco, infatti, nella santa unzione liturgica otteniamo la partecipazione a questa unica, eterna unzione dell'Unto e alla missione del Mandato. Vengono unte le teste e le mani degli uomini, e lo si fa durante la celebrazione dei santi sacramenti della Chiesa. Vengono anche unti gli oggetti e i luoghi dedicati a Dio. L'unzione significa la potenza dello Spirito, data in pienezza al Messia del Signore. L'unzione significa la grazia: la bellezza e lo splendore della partecipazione alla potenza dello Spirito. L'unzione significa il legame vivificante con il Messia, con Cristo Unto e Mandato dal Padre.

3. Cari Fratelli! Noi tutti siamo "unti" in modo particolare e siamo "mandati" mediante il sacramento del sacerdozio. Tra quelli che Cristo ha fatto e continua sempre a fare "un regno di sacerdoti", noi siamo sacerdoti in modo particolare, sacramentale. Tutti abbiamo anche attinto in modo particolare alla pienezza di questa potenza messianica che si era rivelata nell'"oggi" del Giovedì Santo di Cristo. Questo "oggi" è il nostro Giorno. E' la nostra Festa. Siamo nati insieme all'Eucaristia, siamo quindi nati insieme alla Chiesa nel Cenacolo dell'Ultima Cena. Istituendo il Sacrificio, dal quale si costruisce costantemente la Chiesa, Cristo insieme ha benedetto i sacerdoti, ministri del suo Sacrificio. Egli ha detto: "Fate questo... in memoria di me" (1Cor 11,25). E noi lo facciamo. Lo facciamo tutti, noi qui riuniti e tutti i sacerdoti nella Chiesa intera, con i quali l'odierno giorno ci unisce in una profonda fratellanza sacramentale.

4. Oh! quanto dobbiamo a "Colui che ci ama" (Ap 1,5); a Colui che per primo ci ha amati e invitati, chiamati e preparati nel suo Spirito, e infine unti, mediante il servizio della Chiesa. "Io sono l'Alfa e l'Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente!" (Ap 1,8). Per questo Dio, che è il Principio e la Fine di tutte le cose, noi siamo sacerdoti. Tra il Principio e la Fine è il tempo di tutte le creature. Tra l'Alfa e l'Omega è il mondo che passa. In questo tempo che passa, in questo mondo entra Cristo: l'Unto e il Mandato. Cristo unico, eterno sacerdote. E noi da lui e in lui. Mediante l'Eucaristia. Mediante il Sacrificio che egli ha affidato alle nostre mani, alla nostra bocca e al nostro cuore. Da lui e in lui siamo per Dio. Da lui e in lui siamo anche per gli uomini, perché siamo scelti fra gli uomini (cfr. Eb 5,1). Siamo sacerdoti mediante tutto il nostro servizio. Mediante la consacrazione del nostro essere umano: da lui, in lui e con lui.

5. Oggi ci conviene cantare il canto di gratitudine insieme col salmista: "Ho trovato Davide, mio servo, dice il Signore, / con il mio santo olio l'ho consacrato; / la mia mano è il suo sostegno, / il mio braccio è la sua forza" (Sal 88 [89],21-22). Bisogna che cantiamo il canto di gratitudine al Signore perché ci ha trovati, come Davide, perché ci ha unti, perché ci guida e ci fortifica. "La mia fedeltà e la mia grazia saranno con lui / e nel mio nome si innalzerà la sua potenza. / Egli mi invocherà: tu sei mio padre, / mio Dio e roccia della mia salvezza" (Sal 88 [89],25.27). Quanto è buono Dio, Padre e Roccia della nostra salvezza! Che tutti gli manteniamo la fedeltà! Che il mistero del Giovedì Santo rinnovi la nostra alleanza sacerdotale con Dio, la Roccia della nostra salvezza! - [Fonte]