mercoledì 31 agosto 2022

Il transumanar di Dante agli antipodi del moderno transumanesimo

Riprendo da Tempi il testo integrale della relazione “Suggerimenti del Paradiso dantesco all’uomo di oggi” tenuta in versione ridotta da monsignor Massimo Camisasca mercoledì 24 agosto al Meeting di Rimini durante l’incontro “Le parole di Dante al nostro presente”. Qui l'indice degli articoli sul transumanesimo.

Il transumanar di Dante
agli antipodi del moderno transumanesimo
Nella fede mistica e carnale del sommo poeta l’unico vero antidoto alla pretesa contemporanea di “migliorare” l’uomo, di fatto annientandolo. L’intervento integrale di Camisasca al Meeting
Introduzione
Italo Calvino ha scritto che i classici sono i libri che hanno qualcosa da dire ad ogni epoca della storia. Che cosa ha da dire il Paradiso della Commedia dantesca al nostro tempo? Vorrei raccogliere alcune possibili risposte a questa domanda.

Nella terza Cantica non viviamo semplicemente un cammino; realizziamo propriamente un’ascensione. Questo richiede da parte nostra una purificazione dello sguardo, del cuore e della ragione. Non per nulla l’accesso al Paradiso avviene per il sommo poeta solo dopo aver percorso il Purgatorio e aver liberato il suo cuore da ogni impurità.

Si dice che, a differenza dell’Inferno e del Purgatorio, il Paradiso dantesco sia più difficile nella lettura, meno accessibile. Si adduce come ragione il fatto che, mentre la materia trattata nelle prime due cantiche è qualcosa di cui l’uomo fa in qualche modo esperienza, l’oggetto del Paradiso sarebbe invece lontano, nebuloso, non avrebbe appigli nell’esperienza comune di ogni giorno.

In questo testo vorrei provare a ribaltare questo falso giudizio, mostrando quanto il Paradiso dantesco ci parli di un’esperienza reale, presente già nella vita terrena di ognuno di noi. Presente come orizzonte, ma anche come significato, ragione, profondità di ogni anfratto dell’esistenza.

Drizzare il collo
Tutto ciò non vuol dire che leggere il Paradiso sia facile. «Sublimis cantica»1 la definisce l’autore, facendoci capire che ogni confine qui viene superato. Egli ci parlerà di un mondo e di un viaggio «che solo amore e luce ha per confine» (Par XXVIII, 54).

Se all’inizio del Purgatorio Dante era convinto che molti potessero seguirlo, quando si accinge a salire in Paradiso è preso da timore, per il carattere arduo dell’impresa. Egli stesso invita coloro che non fossero pronti per questa avventura a desistere, a non venire dietro a lui. È il modo con cui il poeta mette in guardia il suo lettore, gli indica la necessità di una preparazione.

Il Paradiso di Dante è viaggio/poesia più alta dell’Inferno e del Purgatorio; necessita di un nuovo dono, ma assieme offre più grandi regali. Il primo di questi è il rinascere in noi della capacità di alzare lo sguardo verso l’alto e di camminare in avanti, di avere speranza nella difficoltà.

Anche Platone aveva parlato della necessità di una seconda navigazione2. Di Mosè si è detto che ha visto l’Invisibile (cfr Eb 11,27). La stessa cosa si può dire di Dante, forse anche di più, perché egli ha saputo vedere nell’invisibile il visibile, nel volto di Dio il volto dell’uomo (cfr. Par XXXIII, 130-132). Il nostro poeta aveva la consapevolezza di compiere qualcosa di assolutamente straordinario: «l’acqua ch’io prendo già mai non si corse» (Par II, 7).

Nella lettera a Cangrande della Scala egli scrive che gli presentava un’opera, il Paradiso, in cui si narravano esperienze che nessuno aveva mai vissuto prima. Chi può seguirlo, dunque? Solo «voialtri pochi che drizzaste il collo/ per tempo al pan degli angeli», afferma Dante nel II canto del Paradiso (Par II, 10-11). Sul significato di questi due versi è stato scritto un numero enorme di libri e di articoli. Molti leggono quelle parole come se Dante intendesse dire che “solo chi ha studiato teologia” può intraprendere questo cammino. In realtà sono convinto che il poeta con esse indichi un imprescindibile atteggiamento del cuore. Più che una comprensione intellettuale, è necessaria l’apertura ad un orizzonte che trascende la realtà creata senza staccarsi da essa. «Per tempo»: questa espressione indica proprio la possibilità di fare esperienza durante la vita temporale della materia del Paradiso. Solitamente viene interpretata come se il poeta dicesse “fin da giovani”. Anche questo significato è presente, ma quello più vero e aderente al senso profondo del contesto indica una condizione da vivere prima della lettura. Questa mia interpretazione si può appoggiare anche sulle parole che seguono: «del quale/ vivesi qui ma non sen vien satollo» (Par II, 11-12). Qui, sulla terra, nel magma della vita di ogni giorno, si vive di Dio anche se non è possibile esaurire la sua conoscenza e la sua luce tanto da saziare definitivamente la nostra fame.

«Drizzare il collo» è un’immagine stupenda, che ci parla per un verso della condizione dell’uomo, immerso e quasi sommerso dalle cose del mondo; dall’altro indica la possibilità di innalzare lo sguardo al di sopra di esso per poter vedere di più e meglio. Solo chi «per tempo» – nella vita – ha alzato il suo sguardo e si è lasciato raggiungere dalla verità e dalla luce può intraprendere il viaggio dietro al poeta. Solo chi ha già iniziato a sperimentare la dolcezza del pane degli angeli è equipaggiato adeguatamente, perché in lui è più ardente il desiderio. Chi è già stato raggiunto da Dio, chi ha iniziato a sperimentarne la presenza, ha una fame e una sete di lui che lo muovono continuamente a cercare quella pienezza di cui ha sperimentato un anticipo. Chi non ha un desiderio personale di verità, di bellezza, di santità, si perderebbe, tentando di seguire Dante nella sua peregrinazione, annegherebbe o, nel migliore dei casi, si annoierebbe perché quando non si ha sete non si riesce a bere l’acqua, ed essa può addirittura soffocarci.

L’anno prima della nascita di Dante, san Tommaso d’Aquino scrive il Lauda Sion [vedi], che contiene l’Ecce Panis angelorum. Penso proprio che il poeta lo avesse letto e lo avesse in mente scrivendo questi versi. Nella prima strofa leggiamo: «Vere panis fíliórum, non mitténdus cánibus». Non è per tutti. “Non tutti possono seguire la mia barca in questo viaggio”. Sarebbe come gettare ai cani l’esperienza del Paradiso.

Nell’ultima strofa san Tommaso condensa l’aspirazione più grande dell’uomo, che è anche il contenuto più profondo del Paradiso dantesco: «Tuos ibi commensáles, coherédes et sodales fac sanctórum cívium»: rendici tuoi commensali in Paradiso, coeredi e compagni dei tuoi santi. Comunione totale. Solo chi ha questo desiderio può avventurarsi sulle orme di Dante.

La vita eterna
A quanto detto finora occorre aggiungere, un’altra premessa, necessaria per poter seguire Dante nel suo percorso. Il Paradiso poggia sulla certezza della vita eterna, della vita oltre la morte corporale.

Oggi tale certezza non costituisce più l’ordito naturale del pensiero e dell’azione dell’uomo e questo rende l’interesse per la Commedia limitato ad aspetti importanti, ma secondari. Il contenuto principale sotteso alle tre cantiche è la certezza dell’esistenza di Dio come creatore e salvatore dell’uomo, datore e garante della vita che non finisce. Per Dante credere nella vita oltre la morte è un dato così connaturale all’essere uomini che la sua assenza fa regredire al livello delle bestie. Nel Convivio scrive: «Dico che intra tutte le bestialità quella è stoltissima, vilissima e dannosissima, chi crede che dopo questa vita non essere altra vita» (Convivio, II, 8, 8).

L’esistenza della vita dopo la morte è per Dante innanzitutto un frutto della ragione che legge l’esperienza, portatrice di pace e di salvezza. La vita sulla terra perderebbe ogni sua possibilità di comprensione se non ci fosse una vita oltre la morte. Solo nel mistero della vita eterna, nel mistero di Dio, possiamo comprendere anche il mistero del nostro essere e del nostro agire.

A questo proposito è interessante la riflessione che Dante fa nel cielo di Giove, di fronte ai beati in forma di aquila. Quando le migliaia di luci si dispongono a formare l’aquila, Dante osserva: «Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;/ ma esso guida, e da lui si rammenta/ quella virtù ch’è forma per li nidi» (Par XVIII, 109-111).

Colui che dipinge lassù (Dio) non ha un modello da seguire: egli stesso fornisce il modello, e a lui risale quell’arte che dà forma alle aquile nei nidi. I beati, cioè, non si disponevano “a forma di aquila”, ma la forma che Dio dava loro in quel momento era il modello di tutte le aquile del mondo.

In questo modo Dante ci rivela che l’eterno non è – come spesso la nostra mentalità moderna ci porta a immaginare – un “prolungamento” dell’esperienza terrena, ma è ciò che le dà forma. Senza l’eterno la vita terrena non avrebbe consistenza.

La speranza
Per noi, uomini del terzo millennio, che spesso sembriamo non avere più alcuna speranza di futuro (si pensi alla crisi demografica, oppure all’incapacità di attraversare il sacrificio, il dolore o semplicemente di accettare i propri limiti), il Paradiso di Dante è innanzitutto un inno al coraggio, un invito a non disperare mai, a tentare sempre una nuova navigazione, purché si abbiano una barca e un equipaggio adeguati.

Quali consigli ha Dante per noi, affinché si riaccenda nei nostri cuori la speranza? Innanzitutto ci aiuta a scoprire quali sono le vere attrazioni della vita. Virgilio aveva scritto: «Trahit sua quemque voluptas»3 (ciascuno è attratto da ciò che gli piace) e ricordo un’espressione di sant’Agostino: “Mostrate a un bambino una noce ed egli verrà da voi”. Il Paradiso è il viaggio in cui il poeta si arrende all’attrazione: l’attrattiva dello sguardo di Beatrice, la luce che accompagna il suo sorriso. Il Paradiso è tutto luce, colori, canto, amore ricambiato, musica, danza, pace. «E’n la sua volontade è nostra pace» (Par III, 85).

L’invito alla speranza che viene da questi versi non è né un’utopia né un’illusione. Si tratta infatti di un percorso che Dante ha fatto realmente, dall’infimo lago dello smarrimento e della lacerazione, causate in lui dalla vittoria delle passioni piegate al male («Superbia, invidia ed avarizia sono/ le tre faville che hanno ì cori accesi»: Inf VI, 76-77), fino alla luce. Il traviamento di Dante non è un espediente poetico, così come il male in noi e nel mondo non è letteratura. È la triste vittoria della guerra sulla pace, del buio sulla luce, della disperazione sulla speranza.

Il grande annuncio che il lettore del Paradiso dantesco riceve è che si può risalire da questo abisso, ci si può aprire al bene, alla verità, a Dio. E tutto questo è possibile non perché l’uomo possa trovare in se stesso la forza per questo cammino, ma perché è Dio stesso ad attrarci a sé, normalmente servendosi di altri uomini e donne (Virgilio, Beatrice, santa Lucia, san Bernardo, la Madonna…). Dante ci fa vedere che non siamo soli e che accettando l’aiuto di coloro che ci amano possiamo scrivere una pagina nuova della nostra storia personale e della storia del mondo.

Ma tutto ciò è possibile solo se si entra nella prospettiva dell’esistenza di Dio e della vita che, in lui, non finisce. Dante può compiere il suo viaggio perché crede che Dio esista e che la storia dell’uomo abbia un significato, sia cosmico che personale. Quello cosmico si iscrive dentro il significato della vita di ogni persona. Tutto il Paradiso dantesco è costruito su un continuo approfondimento dei due misteri della Trinità e dell’Incarnazione.

Transumanar
Tutto ciò è tanto vero che nemmeno la decisione di escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della vita basta a eliminare la tensione dell’umana natura verso l’eterno. Sempre l’uomo ha cercato di vincere il proprio limite spazio-temporale, sempre ha cercato di allontanare il più possibile da sé la prospettiva della morte, della propria morte e della morte delle cose. La stessa scrittura, così come anche l’arte figurativa, ha dentro si sé questo anelito a sfidare, ad attraversare il tempo. Potremmo passare delle ore elencando tutti i progressi della scienza, della tecnica, della medicina… quali espressioni di questo desiderio.

Eppure l’uomo, da solo, con la sua intelligenza e le sue forze, non può vincere la morte, rispondere in modo adeguato al desiderio di eternità che si trova inscritto dentro il suo cuore.

Il Paradiso dantesco mette al centro proprio questa tensione, regalandoci forse l’insegnamento più alto. Esso è racchiuso in una sola parola, inventata da Dante, in cui si raccoglie la sfida stessa dell’esistenza di ogni uomo, il senso della scommessa della vita. Questa parola è trasumanar, che compare all’inizio della cantica e racchiude la cifra profonda di tutto il viaggio: «Trasumanar significar per verba/ non si poria…» (Par I, 70-71): non si può descrivere con le parole l’esperienza dell’oltrepassare la condizione umana… per realizzare il desiderio dell’uomo di immedesimarsi con la realtà divina. L’intera Commedia è la descrizione del cammino verso questo compimento. Transumanar vuol dire, dunque, rimanere uomini ma lasciar cadere ciò che in noi è caduco, provvisorio.

Dio si è fatto uomo perché l’uomo divenga Dio. Già l’antico poeta latino aveva scritto: «homo homini deus»4, ma era solo un auspicio. Il trasumanar di Dante non è più solo un auspicio, ma descrive la realtà del percorso di Gesù, compiuto nell’incarnazione e da allora possibile ad ogni uomo: Dio si fa uomo perché l’uomo possa farsi Dio. Trasumanar indica così il significato ultimo della vita: l’uomo vive per trascendere se stesso, per essere la farfalla rispetto al bruco, l’albero rispetto al seme, la statua rispetto all’abbozzo, il quadro o l’affresco rispetto allo schizzo o alla sinopia.

Transumanar e transumanesimo
La parola trasumanar ne intercetta un’altra, a noi contemporanea, quasi identica, ma assieme lontanissima, direi opposta: transumanesimo.

Nick Bostrom, il filosofo svedese presidente della World Transhumanist Association, lo definisce come «un movimento culturale, intellettuale e scientifico, che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati e non necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e persino l’essere mortali»5.

Questa definizione di transumanesimo pone degli interrogativi radicali di ordine ontologico, gnoseologico ed etico. Soprattutto pone una domanda: cosa in realtà intendiamo quando parliamo di miglioramento (enhancement) della specie umana?

Qual è il limite tra transumano e postumano? Il transumanesimo ucciderà l’umano? Lo illustra senza possibilità di fraintendimenti lo stesso Bostrom: il transumano è solo una fase preparatoria del postumano. Il primo è un essere che presenta caratteristiche psicologiche, intellettuali e fisiche superiori al normale. Il postumano, invece, definisce «un essere che ha le seguenti caratteristiche: aspettative di vita superiori ai 500 anni, capacità cognitive due volte al di sopra del massimo possibile per l’uomo attuale, controllo degli input sensoriali, senza sofferenza psicologica. Si tratterebbe di un ente “più perfetto” dell’essere umano e del transumano. Un postumano, a detta di Bostrom, potrebbe godere di un ampliamento della vita senza deteriorarsi, di maggiori capacità intellettuali, sarebbe più intelligente degli altri, avrebbe un corpo in concordanza coi suoi desideri, potrebbe fare copie di se stesso, disporrebbe di un controllo emozionale totale»6.

È l’antico progetto di Descartes: ciò che è importante nell’uomo non è il corpo, che è macchina, ma la mente. Per la teoria estrema dell’intelligenza artificiale l’uomo è un essere in cui tutto ciò che non è macchina (pensieri, ma anche sentimenti, affetti, emozioni, scelte…) può essere ridotto a informazioni e queste trasferite in un unico hardware che ci permette di sbarazzarci di ciò che è corporeo.

Il termine transumanesimo – coniato nel 1957 dal primo direttore generale dell’Unesco, il biologo Julian Huxley7, è in realtà un espediente linguistico per evitare la parola “eugenismo”, diventata pressoché impossibile da utilizzare dopo l’eugenismo nazista. Ma nella sostanza si intende la medesima cosa: il superamento dei limiti umani, la redenzione dell’uomo attraverso la scienza e la tecnica, una tecnica che da tempo «non è più neutra, non è più un mezzo ma è il fine di se stessa»8.

Il progetto del transumanesimo/postumanesimo è la risposta sbagliata ad una domanda giusta (come vincere la morte?) che attraversa tutta la storia dell’umanità. Una risposta non solo inadeguata, ma anche pericolosa in quanto presuppone l’annientamento dell’uomo. L’uomo come relazione, come ragione e libertà, l’uomo come volontà. L’uomo come corpo e come tensione a dare la vita.

Pierpaolo Donati in un suo saggio a proposito dell’uomo come essere sociale mette in evidenza come il presupposto della filosofia transumanista sia proprio l’eliminazione del legame sociale: «La modificazione del legame sociale è necessaria come presupposto della modificazione della natura umana»9. Il risultato è una solitudine estrema, una società in cui «lo scambio [interpersonale] ha un andamento solipsistico dove […] un numero infinito di “eremiti di massa” comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo, separati l’uno dall’altro, chiusi nel loro guscio»10. Non a caso una delle parole chiave del gergo transumanista è “singularity”, intendendo con essa un’esistenza incorporea, sottoforma di pura informazione, installata su un hardware esterno, un’esistenza in cui le persone umane – ridotte a individui – sono “platform independent” e possono raggiungere una eternità intramondana, naturalmente intesa non come eternità, ma come possibilità di un tempo che non finisce11.

Che cosa può dire Dante al transumanesimo contemporaneo?

Mentre quest’ultimo per poter rispondere alla sete di eternità, insita nella natura umana, riduce l’uomo alle sue informazioni cerebrali – lo declassa a livello delle macchine, trasforma la sua intima tensione a dare la vita in autoannientamento – il trasumanar di Dante innalza l’uomo oltre i suoi limiti senza annientare nulla della sua umanità. Trasumanar, infatti, è un’uscita da sé, che però non rinnega nulla dell’umano, tanto meno il corpo.

Il transumanesimo di oggi esprime una fondamentale sfiducia dell’uomo verso se stesso. Egli desidera affidare il proprio futuro a delle macchine più potenti di sé, desidera superare attraverso la tecnica i propri limiti, anche se questo dovesse significare la propria fine come specie. All’opposto, per il sommo poeta, trasumanar esprime il potenziamento massimo dell’umano, che si raccoglie nel volto umano di Dio in cui Dante vede se stesso alla fine del Paradiso.

Non è un caso che uno dei maestri pagani di Dante, citatissimo nel Paradiso, sia Ovidio con le sue Metamorfosi, il testo letterario più seducente per aprire l’immaginazione del lettore all’evento del trasumanar. Che stupore allora leggere l’invocazione di Dante ad Apollo: «Entra nel petto mio, e spira tue/ si come quando Marsia traesti/ della vagina delle membra sue» (Par I, 19-21). Apollo scorticò Marsia dopo averlo vinto in una gara di canto. Anche noi dobbiamo cambiare pelle, non possiamo essere sopravvestiti (cfr. Col 3,9-10).

Sempre all’inizio del Paradiso, e sempre citando le Metamorfosi, Dante parla di Glauco, che mangiò un’erba che lo trasformò in una divinità marina: «Nel suo aspetto tal dentro mi fei/ qual si fè Glauco nel gustar de l’erba/ chel fè consorto in mar de li altri dei» (Par I, 67-69). Non avrei citato questi ultimi endecasillabi se non fosse che qui Dante traduce una parola della seconda lettera di san Pietro (2Pt 1, 4), dove si dice, unica volta in tutto il Nuovo Testamento, che saremo consorti, cioè avremo la stessa sorte, natura, destino di Dio.

Dante vive quest’esperienza della rinascita, dell’inveramento della sua natura di uomo, guardando gli occhi di Beatrice. Agli antipodi rispetto alla filosofia transumanista, ci insegna che è solo lo sguardo di un altro che ci può far “trasumanare”. Mentre noi ci vediamo solo per ciò che siamo, chi ci ama ci guarda per ciò per cui siamo fatti.

Conclusione
Prima di concludere queste riflessioni, vorrei attirare la vostra attenzione su un aspetto solo apparentemente secondario della III Cantica della Commedia. Il Paradiso, così come Dante ce lo rappresenta, è tutt’altro che un luogo statico, monotono, noioso. Esso emerge invece come luogo coloratissimo, spazio di canto, di danza, di luce e di trasparenza.

Facciamo solo due esempi: nel cielo dei sapienti, il cielo del sole – canti X-XIV – i beati ruotano in cerchi concentrici cantando inni alla Trinità; nel cielo delle stelle fisse, gli apostoli, che interrogano Dante sulle virtù teologali, ballano e cantano tutto il tempo. Vedere un burbero come san Pietro che balla e canta (in forma di fiammella luminosa) diverte e commuove. Nel Paradiso dantesco tutta la persona, corpo, voce e anima, è esaltata.

Questa coincidenza dell’esperienza più alta (trasumanar) con la valorizzazione di ogni tratto caratteristico della natura umana – fino a coinvolgere anche la sfera dei sensi e, soprattutto, la corporeità – rimane il tratto più commovente della poesia di Dante, della cattolicità – mistica e concreta – della sua fede. L’unico vero antidoto ad ogni postumanesimo che, per affermarsi, chiede la testa e il corpo dell’uomo. - Fonte
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1 Sublimem cantica que decoratur tituli Paradisi: D. Aligheri, Epistola XIII a Cangrande della Scala, cap. 11.
2 Cfr Platone, Fedone, 99d-102a.
3 Publio Virgilio Marone, Bucoliche, Egloga II, v. 65.
4 Cecilio Stazio, Fabula incognita, v. 265 Ribbeck.
5 N. Bostrom, Intensive Seminar on Transhumanism, Yale University, 26 June 2003.
6 È la sintesi fatta dalla professoressa Elena Postigo Solana, professore associato di Bioetica e Antropologia presso l’Universidad CEU S. Pablo, Madrid in: E.Postigo Solana, Transumanesimo e postumano: principi teorici e implicazioni bioetiche, in : “Medicina e morale” 2009/2, 268.
7 F. Hadjadj, “L’uomo supera infinitamente l’uomo. Breve riflessione sul transumano”, Conferenza al Cortile dei Gentili, Parigi, UNESCO, 24 marzo 2011.
8 L. Demichelis, “Feticismo della tecnica e alienazione dell’uomo”, in: AA. VV., Il primato delle tecnologie…, cit., 50.
9 P. Donati, “Trascendere l’umano? L’umano è nella relazione sociale”, in: AA. VV., Il primato delle tecnologie. Guida per una nuova iperumanità, Mimesis, Sesto san Giovanni, 2020, 75.
10 U. Galimberti, “Se le nuove tecnologie rendono inutile comunicare”, in: AA. VV., Il primato delle tecnologie…, cit., 116.
11 A questo proposito cfr le pubblicazioni di Raymond Kurzweil o il film documentario su di lui realizzato nel 2009 da Barry Ptolemy e intitolato Transcendent Man (https://en.wikipedia.org/wiki/Transcendent_Man).

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