martedì 19 luglio 2022

Bergoglio e la riforma del titolo 'papa emerito'

Colgo un interessante spunto da un recente articolo apparso su Monday Vatican [qui], che collega  le ultime dichiarazioni di papa Francesco ad un saggio del card. Gianfranco Ghirlanda risalente al 2013 [qui], per sviluppare mie considerazioni. 
Il saggio riguarda le procedure per la cessazione dell'ufficio del Romano Pontefice e l'elezione di un nuovo Papa e offre indicazioni decisive in caso di possibili ulteriori riforme già nelle sue intenzioni.  Infatti, in una recente intervista all'emittente messicana Televisa, Bergoglio afferma di non avere alcuna intenzione di rinunciare al pontificato ma, se lo farà, assumerà il titolo di “vescovo emerito di Roma” e non di papa emerito. Ha anche aggiunto che il ruolo avrebbe dovuto essere meglio definito e che tutto è andato bene con Benedetto XVI solo perché si trattava di Benedetto XVI. Infine ha affermato che non avrebbe vissuto in Vaticano e che avrebbe potuto scegliere come residenza il Palazzo Lateranense. Vescovo di Roma a pieno titolo, dunque. 

Nel non detto di queste dichiarazioni si possono riconoscere allusioni innanzitutto al fatto che Bergoglio, come non apprezza che Benedetto sia rimasto nel 'recinto di Pietro' in Vaticano,  non apprezza la sua decisione sulla figura del papa emerito sulla quale non esiste quadro giuridico non essendo stati elaborati i corrispondenti principi sia teologici che canonici. Anni fa, però, Bergoglio non era dello stesso avviso, posto che affermava: «Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...» (Conversazione a Santa Marta con Ferruccio de Bortoli, 5 marzo 2014 [qui]).

A suo tempo aveva suscitato perplessità anche l'affermazione di Mons. Georg Gänswein che 
la cosa più grande del pontificato di Benedetto XVI è stata l'istituzione del Papa emerito, evento che apre la porta ad un futuro diverso. [...] Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità” Infatti Benedetto XVI non si è ritirato in un monastero isolato ma vive all’interno del Vaticano. Dunque l'abdicazione di Benedetto XVI con l’istituzione della figura del Papa emerito è l'ennesima innovazione a partire dal Concilio Vaticano II, ed è una innovazione che tocca la struttura della Chiesa come Cristo l’ha voluta e edificata su una sola Persona: San Pietro e i suoi successori sino alla fine del mondo.[qui]
Certamente con l’elezione di papa Francesco nella Chiesa non ci sono due Papi de jure, ma de facto il ministero petrino è stato allargato collegialmente ed è diventato una sorta di triarchia: il Collegio dei vescovi (Lumen gentium, n. 22), un Papa attivo ed un Papa emerito/contemplativo. 

Poste queste premesse, a tutt'oggi, prevale l'incertezza poiché nulla è stato ancora stabilito.

Tornando al saggio di Ghirlanda, esso offre una prospettiva nell'osservare che il titolo corretto per un papa dopo le dimissioni sarebbe quello di vescovo emerito di Roma: il che appare in assoluta continuità con la sottolineatura del ruolo di vescovo di Roma evidenziato da Bergoglio fin dal primo saluto dalla loggia delle benedizioni. Tant'è che i documenti ufficiali papali ora sono sempre firmati a San Giovanni in Laterano e non in Vaticano.
Ma il vescovo di Roma è il Papa e peculiare è il suo ruolo nella vita della Chiesa. Da notare però che, nel Nuovo Annuario Vaticano del 2020, Vicario di Cristo è solo un “titolo storico” [qui] il che sostanzialmente lascia passare il concetto che il titolo che designa una vera e propria investitura divina sancita nel Vangelo, è relegato come primo dei titoli storici… cioè come qualcosa che in fondo risale a tempi lontani, ma che può avere o non avere un significato nel mondo di oggi.

Inoltre il saggio di Ghirlanda prende in considerazione la possibilità dell'elezione di un papa che non è ancora vescovo e sui vari dibattiti intercorsi sull'eventualità che l'ordinazione episcopale avvenga subito o che non sia necessaria l'ordinazione immediata perché il candidato è già investito di tutti i poteri. Alla fine ricorda che è prevalsa la legislazione più rigida, che prevede l'ordinazione episcopale immediata per un pontefice che non sia ancora vescovo. Anche se ultimamente, con riferimento alla Lumen Gentium e al magistero di Paolo VI, ormai, a laici ed ecclesiastici sono riconosciute le stesse responsabilità di ogni battezzato; il che contempla un approccio e un'apertura diversi. 

Del resto è ciò che si riconosce nella recente riforma della Curia [qui - quiqui - qui], in base alla quale l'autorità non è data dall'ordinazione episcopale ma dalla missione canonica. Se questo principio dovesse essere incorporato in una riforma dell'elezione del nuovo Papa, potrebbe essere questa a conferirgli il carisma del potere episcopale. Ma di fatto l'ordinazione episcopale nasce anche dall'idea di collegialità [qui - qui] e dalla nozione che l'elezione del papa avviene nel novero del collegio dei vescovi, e cioè in sostanziale unità con i vescovi di cui egli è capo, oltre che custode del Depositum fidei.

Tra le varie riflessioni elaborate fin dal 2013, individuavo nella mens vaticansecondista di Ratzinger/Benedetto la soluzione dell'enigma. E' la riforma conciliare che ha trasformato la percezione che ha di sé la Chiesa e la 'pastorale' che ne consegue in senso sacramentale e carismatico, de-istituzionalizzato, col passaggio da una Chiesa, vista come gerarchica e come società perfetta, a una Chiesa vista come comunione di fratelli [qui]; il che oppone la carità al diritto, la comunione alla gerarchia, la potestà d’ordine alla potestà di giurisdizione. (Con gli organismi Sinodali che trasformano la Chiesa Una in un corpo policentrico. La recente Episcopalis communio (2018 - qui) , i cui prodromi nell'attuale pontificato abbiamo già colto qui, ne è il culmine). 

In definitiva, in questo nuovo orizzonte, il fatto che il Papa si definisca “vescovo emerito” dopo possibili dimissioni mostra l'idea di un Papa molto più presente nella vita della Chiesa rispetto a Benedetto XVI e che potrebbe influenzare anche il suo successore. Possiamo dunque aspettarci che la prevedibile riforma della sede vacante contempli una nuova normativa sia per le dimissioni di un papa che per la gestione della transizione. Il che, per la Chiesa, sarebbe l'ennesimo cambio di paradigma [qui].

Colgo l'occasione per riprendere in sintesi alcune riflessioni di immutata attualità.

L'anomalia non è nelle dimissioni di Benedetto XVI, previste dal diritto canonico anche se non avvenute nelle circostanze eccezionali consegnateci dalla storia in precedenza. L'anomalia non sta neppure nell'elezione del nuovo papa, regolarmente avvenuta (fino a prova contraria) attraverso la scelta dai cardinali e perfezionata dall'accettazione della sua funzione, anche se egli ne ha inopinatamente rifiutato i simboli e ne sta svuotando la pregnanza. 

L'anomalia sta nella contestuale presenza, che in questo caso diventa ostentata - esattamente il contrario dell'annunciato "nascondimento al mondo", che sottolineava anche l'eccezionalità dell'evento -, di un papa secondo il suo dire "per sempre" ma in "servizio contemplativo" a fianco del papa "in servizio attivo". Due aspetti e dimensioni che possono anzi devono esser compresenti nella stessa persona; tanto più trattandosi di un'investitura divina e non di una funzione amministrativa qualunque. Tenendo poi conto che l'inedita (e non codificata) figura di papa-emerito, la associa a quella di vescovo-emerito che si dimette per la stessa motivazione: "ingravescente aetate". Il che stabilisce un precedente che passa come eccezionale ma che rischia di diventare regola[1]. Con la contraddizione, tuttavia, che anziché le vesti di un vescovo, oltre a conservare il titolo, Benedetto ha conservato il nome[2] e lo stemma e continua a vestire la talare bianca da papa, mentre il suo stemma è stato associato a quello del papa regnante sul monumento a San Michele Arcangelo a suo tempo inaugurato nei giardini vaticani [qui]. Una compresenza non solo inedita ma codificata nella pietra.

Sostanzialmente, in nome della fatidica 'pastorale' conciliare - prassi ateoretica senza spiegazioni o con spiegazioni sommarie sganciate dalla tradizione perenne perché divenute 'tradizione vivente' portata avanti dal nuovo-soggetto Chiesa che ha preso il posto dell'oggetto-Rivelazione -, de facto se non de iure si incide nella sostanza e si dà concretezza ai cambiamenti che vengono non più sanciti ma operati e rappresentati e addirittura ormai recepiti dall'opinione comune. E nessuno può dir nulla, perché contrapporre parole ai fatti non serve a niente, mancando alle parole la materia prima del contendere: la esplicitazione teorica del nuovo corso di volta in volta instaurato. 

Il comportamento, sempre più pragmatico e rivoluzionario di Bergoglio, sta completando l'opera, iniziata da Paolo VI e traghettata con una spinta finale da Benedetto XVI [vedi qui : Che n'è del primato di Pietro?]. E l'Autorità, oggi, viene esercitata dispoticamente nel silenziare, oltre che nel disprezzare, ogni ragionevole voce contraria di dissenso che cerchi di ricondurre la Chiesa nell'alveo della sua Via Maestra, della quale si stanno perdendo le tracce. E si continua a dialogare con l'errore, mentre la verità è oscurata e deformata. 

E, per contro, come si potrà più dialogare con una Tradizione che è stata svuotata del suo contenuto, rovesciando il significato dei termini concettuali che la identificano?

C'è un'altra incertezza di fondo che nasce dalla circostanza, quanto meno ardita, del munus petrino 'dimidiato' per effetto della impropria e improvvida scissione del Ministero attivo da quello contemplativo esercitato nel 'recinto di Pietro', che così non è tanto un 'luogo' geografico quanto teologico, dal quale Benedetto XVI continua ad esercitare il Ministero spirituale, mentre ha deposto la potestà di governo universale. Questo dato non mi pare sufficientemente affrontato e chiarito da nessuno. In passato ci siamo posti diverse domande, tuttora senza risposta. Non  mi cimento con le articolate ma solo ipotetiche analisi di Cionci, avendo già inquadrato la situazione nei termini essenziali. Da semplici fedeli, avevamo già esposto a suo tempo il nutrito elenco delle imposizioni e degli impedimenti subiti da Benedetto XVI, di cui abbiamo avuto chiara e documentata percezione. Si trattava di quelle che ci risultavano evidenti, non potendo conoscere le sotterranee...[qui], affidando alla storia, con i possibili chiarimenti del sommerso, e alle autorità competenti non renitenti le conclusioni. 

Comunque nella Chiesa non possono esserci due papi (e nemmeno un "collegio" papale). Non si tratterebbe di una semplice "anomalia": sarebbe un'aberrazione metafisica, in rapporto al primato petrino, ad personam, sancito da Gesù! 

Cosa concludere dunque? Il Papato non solo cambia volto ma anche funzione? Assisteremo tra non molto ai brindisi insieme ai Patriarchi Ortodossi Kirill e Bartolomeo, e magari anche al Gran Rabbinato e alle Confessioni Riformate? Un brindisi più difficile con gli Imam; ma, con l'Islam, dialogo e calamenti di braghe ad oltranza ormai sono ordinaria amministrazione [vedi]... 

Chi sono costoro e dove credono di portarci? Ai diversi interrogativi qui condensati non abbiamo risposte conclusive, che non possiamo darci da soli. E non abbiamo né scorgiamo nell'orizzonte ecclesiale neppure l'autorità munita del munus magisteriale che ce le fornisca. Tuttavia, dopo quanto già evidenziato, evitiamo di inciampare e tiriamo dritti per la via stretta. Il Signore giudicherà noi, e i nostri superiori non rispetto a noi ma alle loro responsabilità. Questo non significa non riconoscere il Papa. Dunque nessun rischio di sedevacantismo. Significa semplicemente che il nostro tesoro è là dov'è il nostro cuore, che resta ancorato alla Tradizione perenne poiché non possiamo collocarlo in queste - sappiamo de fide momentanee - deviazioni di percorso. (Maria Guarini)
___________________ 
1. «Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri...». (Bergoglio, Conversazione a Santa Marta con Ferruccio de Bortoli, 5 marzo 2014)
2. Nome di fatto non deponibile? Il cambiamento di nome non denota infatti un cambiamento di status, la cosiddetta translatio personae dal carattere singolare e permanente legato alla persona e non solo all'ufficio? Tuttavia queste considerazioni appartengono all'orizzonte ontologico, metafisico, che la modernità ha purtroppo messo all'angolo. In effetti una conciliazione tra esercizio non-attivo del pontificato con il per sempre appare possibile solo se rimaniamo nel mondo del finito e si sottrae al ministero e alla funzione la valenza ontologica che ha sempre avuto nell'ordine metafisico. E come è possibile rimanere ancorati alla finitudine, se il ministero petrino e l'avvenuta rinuncia « nella metafisica sono legati al nodo dell’essere, che non permette che una cosa contemporaneamente sia e non sia » ? Diventa possibile unicamente se si è centrati nell'antropocentrismo conciliare e post [qui - qui].

Nessun commento:

Posta un commento