venerdì 7 ottobre 2022

Per una vera riforma della Chiesa

L'articolo di don Claude Barthe, ripreso di seguito nella nostra traduzione da Rex Novae, ci offre l'occasione per rivisitare le conseguenze del Vaticano II sull'attuale situazione di crisi in cui versa la Chiesa, anche in ragione della rivoluzionaria gestione dell'attuale pontificato con il focus sulla recente riforma della Curia. Oltre ai link in tema che troverete nel testo, a partire da qui - qui e qui alcuni precedenti.

Per una vera riforma della Chiesa

Vaticano II, serve ancor più Vaticano II!
Ma l'elisir riformatore è stantio da tempo... E, a proposito, riformare cosa? Il grandioso progetto di Francesco, simboleggiato dalla Praedicate Evangelium, la costituzione che riforma la Curia, è tanto una riforma della Chiesa nello spirito del Vaticano II quanto una riforma della Curia. C'è certamente un'ambiguità mantenuta sull'oggetto, Curia, Chiesa, che i media amplificano e accrescono, ma i legami tra l'una e l'altra riforma non sono meno intrinseci: il riordino del governo romano comporta necessariamente conseguenze per quello di tutta la Chiesa.

Lo abbiamo visto chiaramente nelle discussioni avvenute in occasione del concistoro di fine agosto, dove è andata in scena una sorta di seconda e più solenne promulgazione della Costituzione Praedicate Evangelium del 19 marzo 2022. È stata presentata al Collegio cardinalizio, al quale è stata data la parola – debitamente messa a fuoco – per renderne manifesta l'approvazione. Non sono mancate però le critiche [1], che hanno così sottolineato la posta in gioco ecclesiale di ogni riforma dell'amministrazione centrale [vedi anche qui - qui]. I cardinali hanno sollevato la difficoltà rappresentata dalla possibilità di nominare capi dicastero semplici laici. La loro richiesta, che richiamava Lumen gentium e la sacramentalità dell'episcopato era alquanto vaga. 
Riassumendo il vero problema: un certo numero di prefetti di Curia hanno reali poteri di giurisdizione, soprattutto per giudicare vescovi e chierici, e anche per emettere testi, risposte, sentenze di portata dottrinale. Ricevono questa giurisdizione per delega del papa, ma devono avere una capacità intrinseca di vederla conferita per questo tipo di atti (giudicare, insegnare), che deriva dalla loro qualità di chierici. È stato anche rilevato l'abuso del termine sinodalità, una sorta di slogan che vuole esprimere un'estensione della collegialità episcopale cara al Vaticano II a tutto il popolo di Dio [vedi]. Ora, storicamente, ha osservato un cardinale d'Oriente, la parola sinodalità è quasi l'equivalente della collegialità episcopale, perché si riferisce proprio a un certo esercizio collegiale del potere episcopale nelle Chiese orientali. Non è quindi adatto a significare una sorta di democratizzazione, che dovrebbe chiamarsi piuttosto “comunanza”.

Successive riforme in linea con il Vaticano II su una Chiesa esausta e divisa
Bisogna tener presente che il Concilio Vaticano II, in quattro anni, dal 1962 al 1965, aveva rovesciato un edificio che non era solo tridentino, come ci accontentiamo di dire spesso, ma anche gregoriano (dalla Riforma Gregoriana, nell'XI secolo). Nonostante tutte le crisi, il Grande Scisma, la Riforma protestante, la Rivoluzione, e in modo patetico dall'ultima, la Chiesa ha continuato a rivendicare pienamente, come fece con grande forza durante il «momento gregoriano», il principio della sua libertà: Sposa di Cristo, fu sempre cosciente di essere la totalità soprannaturale del suo Corpo mistico sulla terra. Ma poi il Vaticano II ha represso questa pienezza totale che la Chiesa pretendeva di essere: emanando un certo numero di «principi» (libertà religiosa, ecumenismo, basi del dialogo interreligioso), questo Concilio ha riconosciuto al di fuori della Chiesa l'esistenza di entità soprannaturali, sia pure incomplete, di salutari, anche se carenti, vie di comunione con Cristo, sia pure imperfette. Di conseguenza, i testi magisteriali sulla scia dell'enciclica Quas primas, sulla regalità istituzionale di Cristo, sono divenuti obsoleti. Questa «apertura al mondo moderno» della società ecclesiastica, molto concretamente alla democrazia liberale, è stata realizzata in concomitanza con un'impennata della secolarizzazione di questo mondo. Tranne qualora il ribaltamento ecclesiologico avvenuto non abbia contribuito non poco ad accrescere questa secolarizzazione. Davanti ad essa gli uomini di Chiesa sono stati presi alla sprovvista. Erano avanzati di cento passi, mentre il mondo ne aveva percorsi diecimila. E il rinnovamento sembrò un suicidio: di tutte le conseguenze politiche, spirituali e disciplinari che ne derivarono, la più eclatante è stata l'esaurimento della missione, ragion d'essere della Chiesa di Cristo, che si potrebbe leggere nella scarsità dei principali operai della messe, chierici e religiosi.

Ma peggio ancora, non solo il corpo era anemico, ma si stava sgretolando. Divenne subito evidente che il Concilio non era riuscito a raggiungere l'unità attorno al suo progetto: l'opposizione della minoranza conciliare, divenuta l'opposizione tradizionalista potenziata dalla sua dimensione liturgica, si è rivelata impossibile da ridurre, un'opposizione i cui ranghi si sono ingrossati, soprattutto dopo l'attuale pontificato, da tutto un mondo riformista o «restaurazionista» che, in fondo e qualunque cosa dica, non è mai pienamente d'accordo con il Vaticano II. L'unità di ciò che restava del cattolicesimo è stata infranta.

È quindi in questo contesto di Chiesa in via di depauperamento e ancor più divisa che si è tentata la riforma del suo governo centrale in connessione con una concezione globale di ciò che dovrebbe essere la riforma di tutta la Chiesa, in altre parole in connessione con la comprensione del Vaticano II. Per la prima volta, per rispondere alla volontà del Concilio, Paolo VI, attraverso la costituzione Regimini Ecclesiae Universae, aveva profondamente rimodellato il volto della Curia romana, creando in particolare nuovi organismi (Consigli dei Laici, per l'Unità dei Cristiani, ecc. ). La modifica più emblematica era stata la trasformazione della Suprema Congregazione del Sant'Uffizio, responsabile della regolamentazione del Papa sulla dottrina cattolica e che non aveva Prefetto, riservandosi il Papa di dirigerla direttamente, da una Congregazione per la Dottrina della Fede. La costituzione Pastor Bonus, del 28 giugno 1988, di Giovanni Paolo II, che ha concesso principalmente il funzionamento della Curia al nuovo Codice di Diritto Canonico, non aveva apportato modifiche sostanziali. La vera novità di questa riforma è stata nel rinnovo degli operatori di governo provenienti – è il caso degli operatori liturgici – dalla maggioranza conciliare. A seconda delle nomine, le Congregazioni e i Consigli divennero più o meno progressisti o tornarono più o meno conservatori.

Oggi la Praedicate Evangelium vuole essere un'ulteriore applicazione dello "spirito del Concilio" sul governo romano, nonché un modello da seguire a tutti i livelli nel promuovere una riforma di tutta la Chiesa che sia veramente conciliare. Uno dei cambiamenti chiave è la retrocessione del Dicastero della Dottrina della Fede al secondo posto, dietro quello dell'Evangelizzazione. Ma anche qui la Curia è soprattutto nuova perché il suo personale è stato «alzato agli standard bergogliani». Quanto al progetto di fare un deciso balzo conciliare sia in Curia che in tutta la Chiesa, l'anemia del corpo ecclesiastico e le tensioni sempre più forti che lo attraversano lo fanno apparire come una pia speranza.

Tentativi di ripristinare l'unità perduta: un doppio fallimento 
Quando la Chiesa si è avvicinata alle sponde del XXI secolo, abbiamo potuto misurare il fondamentale fallimento del Vaticano II dal punto di vista per essa primario, quello della missione: non solo non si è più convertita, ma il numero dei suoi fedeli, dei suoi monaci e dei suoi sacerdoti si è ridotta a tal punto da sembrare in via di estinzione, almeno in Occidente. Il Vaticano II, la cui unica ambizione era stata quella di adattare il messaggio alla sensibilità degli uomini di quel tempo e di attirarli verso una Chiesa ringiovanita, trasformata, modernizzata, non è riuscito nemmeno ad interessarli.

E, soprattutto, il senno di poi ha rivelato che dopo il Vaticano II si era verificata una scissione, si potrebbe dire uno scisma latente, dividendo la Chiesa tra due correnti, entrambe composite ma ben individuabili, la prima, per la quale è stato necessario tornare al Concilio o almeno contenerlo, l'altra per la quale era solo un programma di partenza. Il progetto di ristabilire l'unità attorno a questo Concilio che non pretendeva di essere magistero infallibile, cioè che non era un principio di fede in senso stretto, è stata la croce dei papi dopo il Concilio Vaticano II. Lì hanno fallito. Sia i Papi della Restaurazione, Giovanni Paolo II e soprattutto Benedetto XVI, sia Francesco, Papa del Progresso, non sono stati nemmeno in grado di mantenere la narrativa.

2005, il tentativo di Ratzinger: inquadrare il Concilio
Poco dopo la sua elezione, nel suo noto discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI ha distinto tra due interpretazioni della riforma conciliare, "l'ermeneutica della discontinuità e della rottura", che considerava dannosa, e "l'ermeneutica di riforma o di rinnovamento nella continuità», che ha fatto propria, intesa, ha detto, a prevenire «una rottura tra la Chiesa preconciliare e la Chiesa postconciliare [vedi]. Insomma, sono stati definiti dal papa quelli che in una democrazia liberale si chiamerebbero – secondo i modi di pensare di cui la Chiesa è sempre più permeabile – un centrodestra, che il papa ha legittimato, e un centrosinistra, che ha squalificato.

Non si trattava per lui di aderire al fronte tradizionalista che, in varia misura, rifiutava il Concilio e/o la sua liturgia. Tuttavia, per il suo interesse per la liturgia preconciliare, Benedetto XVI avrebbe potuto andare oltre l'ermeneutica del rinnovamento nella continuità. Il suo «restaurazionismo» sarebbe potuto diventare l'inizio di un processo di transizione, come quello avvenuto con Giovanni XXIII, ma nella direzione opposta.

Tuttavia, come sappiamo, il processo è rimasto in mezzo al guado, anche per quanto riguarda il "rinnovamento nella continuità»: non solo non si è arrivati ​​a un rifiuto del Concilio, ma si è visto il restaurazionismo, il contenimento del Concilio, come un fallimento, un tentativo senza risultato. La Chiesa in Occidente continuava a scomparire dallo spazio sociale, le risorse ecclesiastiche, sacerdoti, religiosi, seminaristi continuavano a diminuire e il centro romano dava l'impressione di non avere più un timoniere. Divenuto bersaglio di continui attacchi da parte dei fautori dell'"ermeneutica della discontinuità», Benedetto XVI si è isolato nel suo studio di teologo privato, anticipando moralmente le dimissioni che ha finalmente deciso nel 2013.

2013, Il tentativo Bergoglio : massimizzare il Concilio
Come naturalmente (di fatto, dopo un'intensa preparazione elettorale), il conclave del 2013 ha tentato l'altra opzione, quella del centrosinistra, l'"ermeneutica" del Vaticano II contrapposta, alla quale si era mobilitato Jorge Bergoglio. Il nuovo papa, che in un discorso ai giornali gesuiti del 2022 ha detto di lottare da un lato contro il «restaurazionismo», che vuole «imbavagliare» il Concilio, e dall'altro contro il «tradizionalismo», che vuole rimuoverlo, quindi, ha lavorato per «abbattere i muri», secondo l'espressione a lui gradita:
  • quello di Humanæ vitae e l'insieme dei testi che la seguirono che avevano preservato la morale coniugale dalla liberalizzazione che il Vaticano II aveva imposto all'ecclesiologia. Amoris laetitia ha dichiarato nel 2016 che le persone che vivono in pubblico adulterio possono rimanervi senza commettere un peccato grave (AL 301).
  • Quello del Summorum Pontificum, che prima aveva riconosciuto un diritto a questo conservatorio della Chiesa, cioè l'antica liturgia con le sue catechesi e il suo organico clericale. Traditionis Custodes, nel 2021, e Desiderio Desideravi, nel 2022 [vedi], hanno invalidato questo tentativo di “ritorno” e hanno dichiarato che i nuovi libri liturgici sono l'unica espressione della lex orandi del rito romano (TC, art. 1).
Ma l'opzione Bergoglio sta fallendo come prima era fallita l'opzione Ratzinger: l'istituzione ecclesiale continuava a sgretolarsi e la missione a estinguersi. E se sotto Benedetto XVI la disillusione si era cristallizzata sull'assenza di governo, sotto Francesco le critiche manifestano sempre più lo straripamento di un governo confusionario e dittatoriale, nonostante la parola d'ordine della sinodalità e nonostante Praedicate Evangelium. Del resto, così come Benedetto XVI non aveva mai corso il rischio di un declassamento del Concilio, Francesco si è guardato bene dal superarlo rischiando di far saltare una struttura istituzionale: ad esempio, nonostante tutte le sue dichiarazioni contro il clericalismo, non ha mai realmente sfidato il celibato sacerdotale o aperto al sacerdozio alle donne.

Così, né il tentativo di attenuare il Concilio né quello di potenziarlo hanno fermato l'emorragia, che è continuata. Si è addirittura accentuata, in quanto si è rafforzato il polo conservatore (ratzingheriani e tradizionalisti, per riassumere approssimativamente). Sostanzialmente, in primo luogo, perché esso cresce costantemente, almeno attraverso l'incedere delle nuove generazioni, mentre il polo progressista non conosce trasmissione. E anche perché è divenuto un po' più omogeneo, si è stretta l'alleanza tra i ratzingheriani, sostenitori dell'«ermeneutica della riforma nella continuità» e il «fronte del rifiuto», il tradizionalismo. Quest'ultimo è più presente che mai, come dimostrano i ripetuti colpi che gli vengono inferti come se fosse il nemico per eccellenza.

Per una vera riforma
L'adagio Ecclesia semper reformanda, la Chiesa deve sempre riformarsi, risale all'inizio del XV secolo, all'epoca del Grande Scisma, quando la necessità di «riforma nel capo e nelle membra», nel papato e in tutto il corpo ecclesiale, divenne evidente a tutti. Ma ci volle più di un secolo perché questo grande desiderio del mondo cattolico si realizzasse davvero, al di là della riforma sotto forma di rivolta del protestantesimo, con il Concilio di Trento.

Infatti il ​​tema della riforma di una Chiesa, di per sé santa ma composta di peccatori, risale all'XI secolo, da quella che gli storici hanno chiamato riforma gregoriana – oggi si preferisce parlare di «momento gregoriano». – il suo lievito era la vita religiosa, quella del monachesimo di Cluny in particolare. È nell'ordine delle cose che il fine della perfezione evangelica della vita religiosa è il modello dei necessari rinnovamenti della Chiesa. Sono accompagnati e stimolati dalle riforme degli ordini religiosi (tra i tanti, quello del Carmelo, nel XVI secolo), con un ritorno all'esigenza delle Beatitudini, un rinnovamento spirituale e disciplinare, un ritrarsi dalla corruzione del mondo peccatore per convertirsi e convertirlo (Gv 17, 16, 18).

Ma dal cristianesimo dell'Illuminismo, nei paesi germanici, in Francia, in Italia, il termine riforma cominciò ad applicarsi anche ad un altro progetto, quello di adattare le istituzioni ecclesiastiche al mondo circostante, che cominciava allora a sottrarsi al cristianesimo.

Due tipi di riforma, d'ora in poi, si troveranno spesso contrapposti, quella tradizionale di una riforma per rivitalizzare l'identità della Chiesa, e quella di una riforma di adattamento della Chiesa alla nuova società in cui vive. È essenzialmente l'idea tradizionale di riforma che si è ritrovata in movimenti come la rinascita degli ordini religiosi, in particolare benedettini, nel XIX secolo dopo il tumulto rivoluzionario, la restaurazione tomistica di Leone XIII, le riforme liturgiche e disciplinari di San Pio X all'inizio del XX secolo, e i tentativi di Pio XII di contenere il grande sconvolgimento degli anni Cinquanta sul piano dottrinale e liturgico. Al contrario, la nuova idea di riforma, con il suo programma, Vera e falsa riforma nella Chiesa, di Yves Congar (Cerf, 1950), si legge nella “nuova teologia” del dopoguerra, nel movimento ecumenico e, in una certa misura, nel movimento liturgico, e trionfa col Vaticano II.

Un capovolgimento ecclesiologico
Una riforma di tipo gregoriano, con una liturgia ritrovata, una disciplina rigorosa, una formazione esigente dei candidati al sacerdozio, una statura santa e forte dei pastori, una rievangelizzazione mediante una ricatechizzazione, va di pari passo con un capovolgimento ecclesiologico.

Ma non è puramente illusorio augurare un ritorno a una Chiesa del tipo «momento gregoriano», quando lo stato di nostra Madre, mezzo secolo dopo il Vaticano II, e in gran parte a causa di questo Concilio, è in uno stato di massimo abbandono, senza alcuna capacità di far valere le pretese “trionfaliste» attribuite al pontificato dell'XI secolo ?

Certamente no, visto che la forza di Dio si dispiega innanzitutto nella debolezza. Estrema è quella del cattolicesimo, che appare sempre più un'anomalia per la cultura circostante. E molto debole è anche ciò che, nonostante tutto, continua tuttavia a prosperare in essa e che è difficile immaginare come il crogiolo di un rinnovamento spirituale, catechistico, missionario, vocazionale, ma che può parteciparvi. Allo stato attuale, quello che viene chiamato il «nuovo cattolicesimo», fatto di sacerdoti «identitari», giovani fedeli, famiglie molto religiose, nuove comunità, tradizionalismi di tutte le sensibilità, rappresenta in Occidente tutto ciò che sarà vivo tra pochi anni. La sua importanza numerica è molto piccola ed ha, inoltre, la maggior difficoltà a resistere al peso della modernità, all'impregnazione di un individualismo parassitario e alla tentazione «borghese» che si esercita su di esso.

Quale riforma domani? «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10). E per tornare a Roma e alla sua Curia, è necessario, è possibile che il Successore di Pietro appaia a lungo come una specie di capo universale? In una grande «infermità», per parlare come san Paolo, ciò che costituisce l'essenza dell'episcopato romano e universale, cioè il fatto di dire la fede nel nome di Cristo senza possibilità di errore, potrebbe apparire come l'oro puro che resta in fondo al setaccio della crisi.
don Claude Barthe 
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[1] Il Sismografo: Vaticano. Laici e sinodalità. Quel che si sono detti i cardinali nel concistoro segreto.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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